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FINE DEL G7, SERVE UN VERO PROTAGONISMO DELL’EUROPA Maurizio Ballistreri

FINE DEL G7, SERVE UN VERO PROTAGONISMO DELL’EUROPA

Maurizio Ballistreri

 

Nel 1914 Oswald Spengler completò la sua opera più celebre “Il tramonto dell’Occidente”, pubblicata solo alla fine del primo conflitto mondiale, straordinaria lettura del declino dell’Europa e dei suoi valori, vera e propria analisi di un Occidente spaventato di fronte a sé stesso, messo a conoscenza di ciò che né con Schopenhauer su di un versante, né con Nietzsche su quello opposto, aveva accettato nell’800: la decadenza.

E oggi, depurate da una visione quasi pagana e reazionaria tutta intrisa di storicismo, quelle pagine sembrano quasi profetiche, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali.

Al G7 nel Quebec è andata in scena una rottura senza precedenti (arrivata sino alle contumelie!) dopo la II guerra mondiale, tra gli Stati Uniti di Trump da una parte e le maggiori potenze economiche europee dall’altra assieme al Canada e al Giappone, con una divisione sui dazi e sulle esportazioni, che, in realtà, si deve ascrivere ad una sorta di neoisolazionismo americano, sul modello di quello realizzato dal 1823 con la cosiddetta “Dottrina Monroe”, dal nome del presidente dell’epoca, sino alla I guerra mondiale, ma ricorrente anche dopo. Un modello di relazioni internazionali in cui gli Usa praticano il protezionismo economico e il non interventismo militare tranne i casi in cui in questione è la sicurezza nazionale del paese.

Al G7 si è verificata una drammatica crisi del sistema di alleanze politiche ed economiche occidentali, mentre a Oriente, quasi simbolicamente, con la Russia del “neozar” Putin e la Cina di Xi Jinping in testa, oltre a India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Urbekistan, si è svolto contemporaneamente il vertice della Shanghai Cooperation Organization. Per comprendere quale sia la conseguenza economica globale e geopolitica di questo nuovo sistema di alleanze, basta citare il progetto della “Via della Seta” voluto dalla Cina, dal costo di oltre mille miliardi di dollari che coinvolgerà 65 Paesi, che producono i tre quarti delle risorse energetiche del pianeta e rappresentano quasi un terzo del prodotto interno lordo globale, con la Russia seconda potenza mondiale per armamenti e primo produttore di gas e secondo di petrolio, allontanata dal Vecchio Continente a causa di miopie dell’Unione europea.

Quasi simbolicamente, mentre in Canada andava in crisi il G7, simbolo della vecchia egemonia occidentale, a Shangai assumeva protagonismo una nuova grande alleanza geopolitica orientale. E dire che nel 1975, quando il cancelliere tedesco, il socialdemocratico Helmut Schmidt, con il presidente francese Giscard d’Estaing convocarono il primo vertice dei paesi all’epoca più industrializzati nel castello transalpino di Rambouillet, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Inghilterra, come circolo ristretto che si riuniva preliminarmente, che si allargava dopo a Italia e Canada (fu Bettino Craxi da presidente del Consiglio a battere i pugni nel 1987, come era avvenuto a Sigonella, e a imporre la fine dei due livelli), il G7 si proponeva come un organismo informale in grado di influenzare strategicamente la geopolitica e l’economia in un mondo diviso in due dalla guerra fredda, tra occidente liberaldemocratico e paesi comunisti.

Nel 1975, il sistema ad economia di mercato era attraversato da instabilità e incertezze a causa della fine del sistema dei cambi fissi nato a Bretton Woods nel 1944, il “gold standard”, decisa unilateralmente dal presidente americano Nixon nel 1971 (la storia si ripete…) e dalla micidiale accoppiata di stagnazione e inflazione generata dalla “Guerra del Kippur” arabo-israeliana nel 1973, con l’aumento esponenziale dei prezzi del petrolio.

Per alcuni decenni il G7 costituì un summit di capi di Stato e di governo in grado di orientare le scelte internazionali, ma con la fine della divisione del pianeta in blocchi geopolitici di natura ideologica e l’avvento della globalizzazione, è divenuto sempre più un vertice “faraonico e inutile”, per usare le parole proprio di uno dei suoi fondatori, Helmut Schmidt.

Forse è tempo di archiviare questo summit e pensare a forme diverse, più democratiche e inclusive di confronto a livello planetario di tipo multipolare, se si vuole impedire il definitivo “tramonto dell’Occidente”, con un’Europa che deve cessare di essere un’area monetaria a trazione tedesca con improbabili rilanci della “granderur” francese e la mortificazione dell’area mediterranea e divenire un soggetto politico unitario sullo scacchiere internazionale, che abbia pace e cooperazione economica, quest’ultima legata ai diritti sociali, come stelle polari, ponendo fine alla globalizzazione finanziarizzata senz’anima e a nuovi nazionalismi.

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