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Meter & Miles: “Generazioni senza futuro nel Mezzogiorno dimenticato”

Meter & Miles: “Generazioni senza futuro nel Mezzogiorno dimenticato”

“Generazioni senza futuro. Diritto allo studio e al lavoro nel Mezzogiorno dimenticato”. L’associazione Meter & Miles ha promosso un incontro sul tema lunedì 4 giugno, nella sede dell’associazione in Piazza Lo Sardo. Ha coordinato i lavori il presidente dell’associazione Saro Visicaro, in un confronto aperto alla cittadinanza. Sono intervenuti  Alessia Alessi, candidata alla V Circoscrizione per la Rete dei Comitati e Persone Attive; Alessandra Calafiore, designata assessora alle Politiche sociali del candidato sindaco Cateno De Luca; Luigi Lupo, candidato al Consiglio comunale nella lista Saitta Sindaco; Angela Rizzo, responsabile regionale per i Servizi sociali e i rapporti con gli Enti locali per CittadinanzAttiva; Vittorio Tumeo, candidato alla IV Circoscrizione per Ora Messina,Dino Smedile, candidato Presidente al 4 Quartiere, Marco Bonanno Presidente dell’Associazione “Bambini Speciali”,  l’Editore Armando Siciliano e Massimo Ruta, candidato al Consiglio comunale nella lista Bramanti Sindaco. Qui di seguito riportiamo l’intervento svolto da Angela Rizzo, pervenuto per primo in redazione:

“Diritto allo studio,al lavoro,alla felicità per una generazione senza futuro nel Mezzogiorno dimenticato”

Quando mi è stato chiesto di discutere in questa sede dell’argomento “giovani e politiche sociali” non nascondo che ho avuto un po’ di remore. È un argomento talmente intricato, talmente delicato, che è impossibile fare considerazioni a freddo, dall’alto di poltrone e cariche. Per comprendere e affrontare un fenomeno del genere, bisogna vivere le strade, le aree in cui vivono i giovani stessi. La verità è una: non possiamo far finta che le periferie non esistano. E spesso nascondono realtà particolari, disagiate, che non danno la possibilità ai giovani di innalzarsi e di guardare oltre la loro condizione. Il compito delle istituzioni non è quello di portare avanti delle politiche coattive, che sradicano questi stessi ragazzi dal loro contesto familiare. La soluzione potrebbe essere rappresentata dai centri socio-educativi giovanile, progettati per offrire ai ragazzi che vivono realtà particolari un porto sicuro, un ambiente stimolante. Ma così come sono stati organizzati, sempre più spesso diventano dei veri e propri ghetti, che alimentano il divario tra i vari giovani. Bisogna che questi stessi centri diventano un punto di riferimento, fatto di didattiche inclusive e progetti in grado di educare i ragazzi al bello, al vero. Stimolare la mente dei giovani significa soprattutto riuscire a creare una crepa all’interno di un sistema che li vuole assoggettati a determinate situazioni. I servizi sociali e l’attenzione alle realtà disagiate sono indispensabili affinché le future generazioni siano in grado di scegliere. In grado di sognare, senza essere assoggettati ai poteri forti, alla malavita, senza diventare vittime della “paranza” stessa. È necessario che i servizi sociali abbandonino il loro ruolo istituzionale e meramente dogmatico per diventare un punto di riferimento per i giovani, non un potere al di fuori di loro da cui devono fuggire. Creare l’alternativa significa educare intere generazioni alla legalità e alla coesione. Ecco perchè la nostra analisi non può essere circoscritta a una data fascia di giovani, ovvero quelli che giornalmente vivono situazioni complicate e che hanno bisogno di trovare una via d’uscita legale, formativa.

Un’altra fascia profondamente tediata dai limiti delle nostre politiche sociali è quella dei minori migranti, trincerati all’interno di queste strutture tutt’altro che accoglienti. Lasciati in balìa di una città che non conoscono, sempre più spesso vagano per le vie senza trarre giovamento, alimentando un sistema delinquenziale che li vuole anche schiavi della malavita stessa. Non bisogna, altresì, trattarli come se fossero dei numeri, delle personalità asettiche che non patiscono la noia. Spesso e volentieri questi giovani sono vittime della città stessa poiché non è in grado di istruirli e di seguirli, di accompagnarli per tutto il corso della loro permanenza e permettere che il loro soggiorno sia proficuo. Ovviamente la condizione di migranti non fa che alimentare un disagio che sta a monte, perchè si parla sempre di giovani traumatizzati dalle varie vicissitudini legati alla traghettata, allo sbarco e alle soste in Libia, ad esempio. Non è giusto, pertanto, far sì che loro siano vittime di una cittadinanza sorda e di dirigenti che pensano solo al loro tornaconto. I giovani, per vivere meglio, devono essere educati al bello. Devono sentirsi liberi di scegliere la loro strada, senza essere vincolati da ogni tipo di barriera che si crea, per forza di cose. Che sia il contesto sociale, che sia la loro condizione psico fisica o che sia questo razzismo dilagante e questa mala gestione delle risorse, non è ammissibile che il valore della gioventù venga dilaniato in modo gratuito. In che modo, dunque, i giovani possono essere educati alla legalità, al bello e alla cultura? Quintilisno, noto pedagogo d’età romana, diceva che l’esercizio della mente è insito in ogni uomo giacchè l’uomo stesso si distingue per intelletto, pertanto non esistono giovani non interessati alla cultura, ma maestri poco attenti. Ecco perché le istituzioni devono impegnarsi a creare politiche inclusive e soprattutto in grado di stimolare la fantasia dei giovani. Ritengo che il primo passo per la creazione di un sistema politico del genere sia quello di abbattere i settarismi e di non trattare i ragazzi come degli extraterrestri o ancora peggio come degli individui non in grado di autodeterminarsi. Stimoliamo i loro interessi mettendo a disposizione una vasta gamma di progetti gratuiti che non possono e non devono fermarsi ai CAG, ai centri di accoglienza o all’assistenza disabili per poche ore al giorno. Loro chiedono di essere ascoltati, capiti, chiedono di diventare parte integrante della società stessa. Bisogna creare dei punti di riferimento, dei progetti sia ludici che didattici, legati alla musica, al teatro, alla cultura in generale. E loro non si annoieranno mai. E’ proprio questo, forse, il più grande fallimento delle istituzioni che si occupano delle politiche sociali: l’utenza insoddisfatta, che si annoia, che non trova una via di fuga da una realtà che talvolta può essere addirittura mortificante. Quando vedo dei ragazzi in periferia vittime della malavita, assoldati per fare bassa manovalanza penso che se avessero avuto a disposizione un modo per evadere, l’avrebbero sfruttato sino all’osso. E anche quando vedo i minori migranti bivaccare per le vie della città, senza conoscerla, senza sapersi orientare, mi rendo conto che le istituzioni hanno fallito. E soprattutto, quando vedo il lavoro egregio che sta portando avanti il Centro Camelot del Dottore Allone mi rendo conto che è questa la dimensione ideale che bisogna creare nella nostra città, un luogo in cui tutti possano sentirsi liberi di esprimere ciò che sono, di conoscersi e studiarsi nei minimi dettagli, alimentando le loro passioni.

Angela Rizzo

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