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Meno male che Sergio c’è, le sorti del Paese nelle mani del Presidente

Meno male che Sergio c’è, le sorti del Paese nelle mani del Presidente

dalla nostra rassegna stampa un articolo di Alessandro Se Angelis

Per Sergio Mattarella nessun pacchetto chiuso

Alle consultazioni solo il nome del premier. Sbaglia chi si aspetta già il via libera sui ministri. Il faro del Colle su Economia e Esteri

Coloro che si pongono tormentate domande su come si comporterà Sergio Mattarella quando saliranno a Colle Salvini e Di Maio, possono trovare facile risposta a ogni dubbio consultando un semplice manuale di diritto costituzionale, ove viene spiegato l’articolo 92 della Costituzione: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.

Non c’è nessuna dietrologia o nessuna complessa strategia del capo dello Stato in un percorso stabilito e reso obbligato dalla Carta fondamentale. Quell’articolo significa che il processo di formazione del governo si articola in due fasi: la prima, in cui, il presidente della Repubblica, dopo aver ravvisato, una volta sentiti i partiti, l’esistenza di una maggioranza in grado di sostenere il governo, conferisce l’incarico per formare il governo; la seconda, in cui, sarà l’incaricato – una volta sciolta la “riserva” a proporre una lista dei ministri, che deve passare al vaglio del capo dello Stato che ha il potere di nomina.

Ecco, detta in modo un po’ grezzo: il Quirinale non è una buca delle lettere, dove vengono recapitati nomi e liste da parte dei partiti, magari con lo spirito del prendere o lasciare. A partire dal nome del premier, su cui circola, con maggiore insistenza quello di Giuseppe Conte. Chissà. Al Colle non è arrivata ancora una telefonata da parte dei due leader per dire “siamo pronti” e la sensazione è che il gioco tattico non sia ancora terminato. Perché è opinione diffusa che Luigi Di Maio non abbia ancora rinunciato all’idea di andare a palazzo Chigi. E qualche maligno sostiene che speri di avere, da Mattarella, quella spinta decisiva che consenta di superare gli ostacoli di Salvini. Operazione ad alto rischio, che scarica sul Colle le tensioni di un negoziato irrisolto, perché – è la domanda che nasce spontanea – “che succede se a quel punto il leader della Lega fa saltare tutto accusando il Quirinale di non aver consentito la nascita del governo?”.

E qui torniamo al faro della Costituzione. Ai due leader spetterà, su domanda del capo dello Stato, indicare il nome, su cui il Colle si prenderà una notte di riflessione per valutare se risponda ai criteri minimi per essere nominato. Non è un mistero che Mattarella, che la scorsa settimana ha fissato il perimetro di compatibilità in due discorsi, a Fiesole e Dogliani, avrebbe preferito un nome politico di peso, per credibilità o per legittimazione, in grado di essere spendibile in Europa nei complessi e impegnativi negoziati che attendono il futuro governo. Ma, al tempo stesso, domina la consapevolezza di quanto sia delicato questo processo di formazione del governo per cui l’importante è, quantomeno, che sul nome non ci siano palesi controindicazioni – come potrebbero non esserci sul nome di Conte -, in relazione ai paletti più volte ricordati: il rispetto dei trattati internazionali, rigore sulla collocazione europea del paese, serietà nell’approccio ai conti pubblici.

E se la domanda a cui dovranno rispondere Salvini e Di Maio è su “chi è il nome”, spetterà all’incaricato rispondere alla successiva su “chi sono i ministri”. All’incaricato, non ai due leader di partito che hanno lasciato trapelare una ridda di ipotesi, peraltro dopo aver reso noto, attraverso i media, quel programma di governo che dovrebbe essere il primo atto che il nuovo premier compie davanti alle Camere, quando chiede la fiducia. In parecchi ricordano i tanti casi in cui questo potere di nomina fu legittimamente esercitato, producendo un assetto diverso rispetto alle proposte dell’incaricato, come quando Oscar Luigi Scalfarò evitò di nominare Cesare Previti alla Giustizia, secondo le indicazioni dell’allora premier Silvio Berlusconi. E in quel governo giurò da ministro della Difesa.

E così come allora, ai tempi del cortocircuito tra politica e giustizia, era sensibile la casella del dicastero di via Arenula, adesso saranno esaminate con particolare attenzione quei ministeri chiave, come Esteri ed Economia, attorno ai quali si possono creare equivoci – su immigrazione, politiche internazionali, conti – di compatibilità col quadro europeo. Se ad esempio in quella lista dovesse comparire il nome di Paolo Savona, che in queste ore circola con sempre maggiore insistenza, è inevitabile che qualche problema si potrebbe porre, perché l’economista, una volta di provata fede europeista e ciampiana, è diventato un alfiere delle posizioni anti-europeiste e delle teorie dello sforamento del deficit. Così come invece è chiaro che verrebbe vissuta come rassicurante la presenza la presenza alla Farnesina di Giampiero Massolo: una lunga carriera da grande consigliere nelle Istituzioni italiane e europee, già direttore del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, ora presidente dell’Ispi, l’Istituto di politica internazionale. Ma si tratta di ragionamenti che verranno fatti, nel caso, in un secondo momento, non nella giornata di domani. Perché si procederà come è sempre avvenuto: il capo dello Stato affida un incarico, l’incaricato accetta con riserva, magari consulta i gruppi, poi torna dal capo dello Stato con la lista dei ministri e il Colle, appunto, li nomina su proposta dell’incaricato. Una prassi consolidata, prevista dalla Costituzione, che si spera non venga innovata pubblicando sui social i nomi del futuro governo già domani sera. Per evitare fastidiosi imbarazzi.

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