Cultura

Caso Mezzojuso di Patrizia Zangla

Caso Mezzojuso di Patrizia Zangla

Ecco tornare la doppia Sicilia, quella di tre donne sole che con dignità, coraggio e passione lottano a difesa del diritto alla terra contro la mafia e i suoi ambigui messaggeri -Il nostro è suggerimento, vendete le terre lasciate in eredità da vostro padre- e l’altra. L’altra Sicilia, quella che non vorremmo vedere e non vorremmo fosse vista dal mondo.

Donne sole che per anni -undici anni- hanno reclamato non aiuto ma attenzione, l’attenzione degli altri, i propri concittadini che vivono nella medesima comunità. Attenzione giunta tardiva dalla comunità e unicamente nata da una sollecitazione mediatica nazionale, non locale, provinciale e regionale, come avrebbe dovuto essere.

Eccola la Sicilia rancorosa, tracotante, che ostenta modernità ma che in realtà coi suoi atteggiamenti esprime di non capire da che parte stare, finendo col porsi dalla parte sbagliata. Una comunità chiusa in se stessa -questo è il vero recinto fortificato- nell’orgogliosa difesa di principi astratti che nessuno contesta né vuole contestare. Che rivela di possedere un codice etico capovolto che pare non comprenda i segnali chiarissimi –intimidazione, sopraffazione, ma anche devozione, rispetto, omertà- su cui si costruisce la rete di potere che si mantiene con la violenza, con i sodalizi, con l’abilità e gli accordi.

È capitato altre volte, ancora presente il ricordo del caso Vecchioni. Era il 2015, Roberto Vecchioni, il cantante, era stato invitato a Palermo, per una serie di imprevisti fa una esternazione forte sulla Sicilia, dai più letta come offesa ma che in sé era una reazione innamorata, un’amara constatazione da condividere. Lì si è biforcata la strada: l’orgoglio siculo -reputatosi offeso- ha reclamato vendetta. In quel caso, questa è stata la lettura: chi è questo? Come si permette di insultarci a casa nostra?

Nella storia delle tre sorelle di Mezzojuso la lettura è: chi sono queste tre che offendono il nostro paese? Come si permettono? Perché il reale oggetto della rabbia sono loro: le tre sorelle.

Oggi formalmente la comunità esprime solidarietà alle tre donne -anche come forma di autodifesa-, ma sono loro, le tre donne, a essere in realtà invise alla comunità perché a causa loro si è innescato il meccanismo mediatico.

La rabbia si manifesta e prende forma, s’inscenano giuramenti melodrammatici (sequele di espressioni come: con tutto il cuore, giuro su quanto è più caro) e luoghi comuni (espressioni come: i processi si fanno nelle aule giudiziarie, macchina del fango, infangare), perché non potendo colpire il vero destinatario si dirige il rancore  verso il conduttore della trasmissione televisiva, reo di aver «infangato il paese». Così la comunità banalizza un fenomeno drammatico e nello strenuo tentativo di difesa finisce con l’auto accusarsi senza rendersene conto.

Il Paese-Italia ha oggi connotazioni analoghe e uniformizzate soprattutto degli elementi negativi, tanta Storia ha contribuito all’attuale assetto, che non è l’equivalente di corpo identitario. E la Sicilia, isola bellissima, è una terra bella quanto amara. Terra di infinite contraddizioni. Di singole realtà degradate coi ponti e le autostrade che crollano, con emergenze di approvvigionamento d’acqua e di difficoltà nei trasporti pari ai Paesi del cosiddetto terzo mondo, con i giovani talenti che emigrano, coi voti clientelari, il comportamento cortigiano della gente, che indistintamente tende ad adulare il potere, permettendo una facile costruzione del consenso politico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *