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Mani sporche di sangue di Cosimo Recupero

 

Mani sporche di sangue di Cosimo Recupero

Bologna, Milano, Palermo e Livorno. Sono le città italiane dove, negli ultimissimi giorni, si sono registrati casi di violenza politica con alterne fortune per le due estreme, neofascisti e neocomunisti, che si contendono la tribuna elettorale del manganello. Qualche giorno fa una maestra sedicente antifascista augurava la morte ai poliziotti che gestivano l’ordine pubblico durante un corteo. Con tale atteggiamento questa maestrina dimostrava di non sapere nemmeno che furono proprio i carabinieri la quinta colonna che favorì la caduta del fascismo. Fieri del proprio giuramento al Re, si rifiutarono in molti di seguire il Duce e di esserne il braccio armato. Me lo raccontava sempre mia nonna quando mio nonno, in divisa da Carabiniere, per le strade di Roma, doveva sfuggire alle squadre nazifasciste che lo avrebbero fucilato seduta stante, proprio per quella splendida uniforme che era l’unico abito di cui disponeva in quelle concitate giornate dell’invasione tedesca.

Questa cosiddetta maestra, con la sua sgangherata uscita, ha dimostrato pure di non conoscere le parole di uno che non può essere certo accusato di simpatie per il fascismo, Pier Paolo Pasolini, che una volta affermò: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano».

Tutto questo non è per niente incoraggiante. Ed è perfettamente inutile che la Boldrini si lamenti della violenza fascista e poi taccia bellamente sulla violenza comunista dei membri dei centri sociali a cui la presidenta (parola che detesto, ma lei ci tiene) è disposta a perdonare qualche marachella.

I fatti di questi giorni preludono ad una escalation di violenza che non si fermerà certo dopo il 4 marzo. La miccia è già stata accesa e, nei prossimi mesi, brucerà piano piano fino ad arrivare all’innesco e poi alla polvere da sparo. E il botto sarà tanto più forte, quanto debole sarà l’azione del governo che verrà, sia esso politico, tecnico o di scopo.

Ma io credo che la ragione di questa riapertura della stagione della caccia all’avversario politico abbia radici lontane e, nel motivarlo, rischio di sembrare ripetitivo o, per qualcuno, nostalgico, ma ne sono fermamente convinto e quindi mi avventuro.

In quel maledettissimo 1992, quando l’Italia sembrava doversi avviare verso un rito catartico che l’avrebbe finalmente liberata da tutti i peccati e le nefaste inclinazioni della classe politica, l’operazione mani pulite fece piazza pulita di un’intera classe dirigente in maniera totale. La colpa non era quella di avere approfittato di questa o quella situazione per intascare una tangente, quanto il fatto di appartenere ad un gruppo di potere che aveva molti difetti ma anche tantissimi pregi.

Ma a furor di popolo i giudici si passarono lo sfizio di sbattere sui giornali e in galera chi non gli garbava, spesso solo per pura appartenenza politica. Si finiva dietro le sbarre per una sciocchezza qualunque e si è passata al setaccio una intera classe dirigente. 25.000 indagati e solo 1.400 condanne definitive, segno che molte inchieste partivano dal nulla e nel nulla sono finite nuovamente. Uno spreco di energie che è costato al Paese cifre immani ma, soprattutto, l’azzeramento della classe dirigente e dei suoi contenitori, i partiti. Ed è qui che si sono poste la basi per la violenza di oggi. La fine dei partiti ha significato la fine dei luoghi della mediazione politica e sociale. I parlamenti nascono come un ring nel quale due pugili si sfidano in una lotta che permette anche agli spettatori di scaricare le proprie tensioni.

Quando l’Italia conobbe gli anni bui del terrorismo, tutti i partiti trovarono la forza di formare governi di unità nazionale che avevano la fiducia dell’intero parlamento. Nel linguaggio nobile della politica quel voto non era solo un fatto tecnico, ma era il chiaro segnale al Paese che la politica, quella alta, quella vera, non dava copertura agli uomini incappucciati che facevano saltare la testa a magistrati, poliziotti e politici. Oggi tutto questo non c’è più, anzi. Troppo spesso i politici usano un linguaggio divisivo e danno giustificazione morale a chi si arma e spara. E se un politico non capisce questo è perché nessuno glielo ha insegnato. Non parlo delle scuole. Queste cose non si imparano sui banchi del Giulio Cesare o del Beccaria, ma nelle scuole della politica, nei corridoi delle sezioni, sui banchi dei consigli comunali dove, in un Paese normale, si dovrebbe cominciare il proprio cursus honorum. Invece viviamo in una Nazione nella quale a trentun anni scarsi, senza mai avere lavorato né studiato (nel senso vero del termine) si può ambire a Palazzo Chigi sol perché un urlatore invasato ti ha aperto la strada a suon di odio e fango sull’avversario.

Lo ripeterò fino allo sfinimento: bisogna tornare ai vecchi partiti, quelli solidi, strutturati, vivi e vivaci dove si formava una classe dirigente capace di distinguere il confronto dallo scontro. Se oggi tutto questo non c’è più, la responsabilità è di mani pulite e dei suoi protagonisti. E se domani ci scapperà il morto, da questa violenza orfana delle grandi culture politiche nate dalla resistenza, gli attori di quella vicenda dovranno assumersi pro quota la responsabilità di quel sangue e le loro saranno tutt’altro che mani pulite. Saranno mani sporche, sporche di sangue.

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