editoriale

Elogio della tangente di Cosimo Recupero

Elogio della tangente di Cosimo Recupero

 

Considerato che la recente formazione delle liste elettorali ha lasciato fuori dal Parlamento una schiera infinita di arrampicatori sociali che hanno costruito favolose e fulminee carriere politiche scaricando fango sugli avversari politici, credo che sia arrivato il momento di scrivere qualche considerazione sotto il titolo che vedete.

Ci tengo a precisare, a beneficio di qualche magistrato solerte e un po’ bacchettone, che non ho nessuna intenzione di elogiare una pratica deprecabile né, tantomeno, di dare il mio plauso a chi arrotonda il proprio stipendio da parlamentare o da amministratore pubblico, con dazioni non dovute, richieste in cambio di favori e privilegi di cui, il politico o il burocrate non possono disporre a proprio piacimento.

Tutto questo in punta di diritto.

Passando ad un livello più politico della mia dissertazione, facendo fondo a quel che resta ancora del diritto alla libertà di pensiero, sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione, mi addentro in un ragionamento che vuole semplicemente rimettere alcune vicende della nostra storia recente in una luce meglio orientata, che faccia vedere gli anni di Mani Pulite con maggiore distacco e obiettività.

Nella prima metà degli anni novanta, saltati gli equilibri internazionali legati alla divisione in blocchi, la maggior parte dei partiti politici non ricevettero più i finanziamenti illeciti che venivano da più parti: potenze straniere, grandi aziende, faccendieri vari.

L’Italia ormai non poteva essere risucchiata pericolosamente nell’orbita sovietica e quindi nessuno aveva alcun interesse a mantenere più un sistema politico che evitasse questo rischio. Saltate quindi le coperture, ed essendo venuto meno il pericolo che il partito comunista arrivasse al governo del paese con programmi massimalisti, la lotta si spostò su un altro piano, quello giudiziario, appunto, che fu caratterizzato da un certo strabismo della magistratura che vide e non vide a seconda delle convenienze politiche.

Gli eredi del PCI sentivano già l’odore della vittoria, quando Berlusconi si affacciò sulla scena rovinando i piani di molti.

E così la deriva giustizialista non si fermo più, fino a colpire pure i suoi mandanti ideologici, portandoci al punto che un partito qualunque, formato per l’80 per cento da disoccupati e sfaccendati, può aspirare, senza troppa vergogna, di arrivare al governo, se non da solo, almeno con un manipolo di altri populisti con i quali, alla bisogna, si può pure fare qualche scellerato accordo, pur di dare l’assalto alla diligenza del potere.

Il tutto a furor di popolo, sotto gli occhi compiaciuti di una finanza violenta e pronta a tutto, pur di accaparrarsi ogni bottino, fino a mettere il braccialetto al polso dei lavoratori.

Ma è qua il punto. Se solo ci fermassimo a riflettere un attimo, ci accorgeremmo che, al netto dei singoli casi di corruzione che andavano e vanno comunque perseguiti, la maggior parte delle azioni violente che la magistratura fece a danno del sistema democratico italiano, si basava su un reato molto sui generis: il finanziamento illecito ai partiti.

Esistono reati, come l’omicidio, il furto, la violenza, che sono percepiti come abominevoli dagli essere umani in quanto atti contrari alla morale comune. In questi casi la legge si incarica solo di trasformare una

devianza morale, in un reato inserito nei codici dello Stato al fine di quantificarne le sanzioni.

Ma reati come il finanziamento illecito ai partiti sono tali solo per il diritto, non certo per la morale comune. Finanziare un partito che ha il compito di difendere interesse legittimi di più o meno larghi strati della popolazione, non è qualcosa che l’uomo comune percepisce come abominevole, deprecabile, disprezzabile.

La legge, anziché stabilire ipocriti divieti, avrebbe fatto meglio a disciplinare il finanziamento dei partiti, obbligando alla trasparenza datori e percettori dei finanziamenti, in maniera da stabilire una chiara mappatura degli interessi in gioco.

In altre parole, una seria legge sul finanziamento dei partiti dovrebbe mettere l’elettore in grado di capire che, se una grande industria petrolifera finanzia cospicuamente un partito, l’elettore sa quantomeno che quel partito non è quello più affidabile per un programma di passaggio alle energie rinnovabili. Non so se mi spiego.

Ma c’è anche una seconda ragione che mette quelle vicende sotto una nuova luce.

Il ricavato delle tangenti, spesso, non finanziava vacanze ai tropici o panfili da nababbi a questo o quel politico. Come rivela Craxi in una sua intervista da Hammamet, alcuni partiti, come il PSI, utilizzavano parte di quel denaro per finanziare rivoluzioni democratiche in paesi schiavi di dittature di qualunque colore. E siccome l’Italia era contesa da Usa e Urss, finanziare i socialisti cecoslovacchi avrebbe potuto dispiacere a Mosca, mentre finanziare i dissidenti cileni, avrebbe potuto far arrabbiare più di qualcuno di quelli che contavano a Washington. La conseguenza era che, per fare simili operazioni, era necessario operare in nero e non tramite canali ufficiali. Ma sostenere i democratici di molti paesi non serviva solo a loro, perché guadagnassero la libertà, ma anche a noi, perché la mantenessimo. E così tali finanziamenti dovevano passare per canali politici non ufficiali e le tangenti erano, paradossalmente, l’unico modo per garantire una certa legalità costituzionale al nostro paese.

Non si esclude che qualcuno, in quel giro vorticoso di denaro sotto copertura, abbia approfittato per arricchirsi personalmente; ma considerando che oggi la corruzione è aumentata ed il nostro sistema democratico è fortemente esposto, mi sento di dire che, se il prezzo da pagare per garantire a noi e ad altri una certa stabilità democratica era il finanziamento in nero ai partiti, l’unica cosa da fare è proprio questo: l’elogio della tangente.

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