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Bitcoin e monete virtuali, inizio 2018 difficile: ecco chi sta cercando di affossarle

Bitcoin e monete virtuali, inizio 2018 difficile: ecco chi sta cercando di affossarle

La Corea del Sud ha minacciato di vietarne il trading, la Cina lo ha già fatto e ora vuole combattere l’attività di estrazione di nuova criptovaluta. Intanto gli Usa osservano preoccupati.

 Un 2018 complicato

Negli ultimi mesi del 2017 le criptovalute sono diventate argomento di discussione anche per i non addetti ai lavori. Il motivo principale è stata l’impennata nel loro valore, in particolare del Bitcoin, che ha attirato l’attenzione su un mondo prima apparentemente riservato a pochi. Ma la fine dell’anno passato è stata anche segnata da improvvisi crolli (in alcuni casi con un ribasso del 40% in pochi giorni) che hanno portato molti esperti a parlare di rischio di una nuova bolla speculativa pronta a scoppiare da un momento all’altro. Rimangono sempre molte le persone che esaltano le potenzialità della Blockchain e l’idea rivoluzionaria di una moneta slegata da qualsiasi forma di autorità bancaria, ma il 2018 si è aperto con alcune prese di posizione in contrasto con l’utilizzo e lo scambio di queste valute virtuali.

La stretta minacciata in Corea del Sud

Alcuni giorni fa la Corea del Sud ha minacciato di vietare il trading di Bitcoin e delle altre monete virtuali: una decisione legata a misure di contrasto all’evasione fiscale annunciata dal ministro della Giustizia del paese, ma su cui il governo ha subito fatto marcia indietro parlando di una generica azione che per ora viene presa in considerazione. Ma è bastata la notizia di una possibile stretta a far crollare il valore della criptovaluta di quasi 20 punti: il motivo principale è che la Corea del Sud è un mercato nel quale circola circa un quinto delle monete virtuali a livello mondiale.

La Cina contro il mining

La Cina si sta invece impegnando attraverso le autorità locali per impedire le attività di creazione di nuove criptovalute, il cosiddetto mining. Lo riporta il Wall Street Journal: il gigante asiatico sta mettendo in atto delle misure per contrastare il riciclaggio di denaro e diminuire i possibili rischi finanziari derivanti dalle monete virtuali. Anche questo sarebbe un duro colpo per l’ecosistema delle criptovalute dato che, come riporta il quotidiano economico, in Cina sono presenti l’80% dei computer che hanno realizzato operazioni di mining a livello globale nel periodo tra la fine del 2017 e l’inizio di quest’anno. Questo anche grazie a un prezzo molto basso dell’energia necessaria per estrarre le monete virtuali. Ma come scrive Bloomberg alcuni gruppi di «minatori» si stanno spostando verso paesi che ancora non vietano la loro attività. La guerra del colosso asiatico alle criptovalute era però iniziata già a settembre con una legge che impediva agli exchange online il trading di Bitcoin e simili e vietava le offerte iniziali di moneta, le Ico, con cui le aziende del mondo delle criptovalute raccolgono fondi.

Usa in guardia

Non esiste alcuna divieto negli Stati Uniti, ma la Sec, l’ente federale statunitense che si occupa della vigilanza sulla borsa valori, ha consigliato agli investitori di essere prudenti con le Ico e nel trading di criptomonete, perché le autorità americane non possono dare alcuna garanzia nel caso di perdite. Reuters ha anche scritto che la Sec e la Cftc, l’agenzia che si occupa dei mercati dei future e che recentemente ha dato il via libera allo scambio di derivati basati sul valore di Bitcoin, sono al lavoro insieme a una commissione del Senato americano per una regolamentazione a livello federale delle criptovalute. Il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin ha invece sottolineato il suo impegno affinché Bitcoin non diventi l’equivalente di «un conto corrente anonimo in Svizzera».

La versione di Buffett

Il magnate americano Warren Buffett non ha nascosto le sue idee nei confronti di Bitcoin e delle altre monete virtuali: «Faranno una brutta fine» è stato il suo commento lapidario durante un’intervista alla Cnbc. L’oracolo di Omaha ha anche consigliato di scommettere al ribasso sul loro valore . Ma non è stato l’unico uomo della finanza americana a prendere una dura posizione contro le criptovalute. Il numero uno di Jp Morgan Jamie Dimon le aveva definite apertamente «una truffa», salvo poi negli ultimi giorni fare una parziale marcia indietro riconoscendo l’importanza della Blockchain che ne è alla base. A metà dicembre il famoso premio Nobel per l’economia Paul Krugman aveva invece parlato di Bitcoin nei termini di una bolla, concetto che aveva già espresso in diverse occasioni precedenti

Da Bitcoin a Ethereum, critopvalute a picco. Cina studia stop al trading

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IL POSSIBILE STOP IN COREA DEL SUD
Una stretta che arriva proprio mentre, negli ultimi giorni, la Corea del Sud uno dei Paesi dove le criptovalute sono maggiormente diffuse, ha ipotizzato un possibile stop agli scambi. Un possibile stop su cui il governo di Seul ha copmunque mantenuto la massima prudenza.  “La proposta di chiusura delle piattaforme di scambio che il ministro della Giustizia Park Snag-ki ha recentemente menzionato – ha fatto sapere il governo con una not – è una delle misure suggerite contro la speculazione. La decisione del governo sarà presa in futuro dopo sufficienti consultazioni e coordinamento di opinioni”.

Il dilemma del Bitcoin: per Bankitalia non è una moneta, per Goldman Sachs solo in certi casi di Carlotta Scozzari, la Repubblica

Il Bitcoin, la criptovaluta per eccellenza, può essere considerato o meno una moneta? Il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta, in una recente intervista rilasciata a La Stampa, ha mostrato pochi dubbi a riguardo: “I Bitcoin sono una scommessa, non una moneta”. E ancora: “Alcuni – aggiunge Panetta – credono che (il Bitcoin) sia una moneta e non lo è. Non è unità di conto, non è riserva di valore, non è mezzo di scambio. Non ci si può comprare il pane, nessuno ci fa il bilancio. E non ha valore di uso come gli immobili. Soprattutto, il Bitcoin non ha uno Stato dietro”. Insomma, Panetta di Bankitalia è certo: il Bitcoin, la criptovaluta ideata nel 2009 dal misterioso Satoshi Nakamoto, non può essere considerato come una moneta.  Dello stesso avviso il vicepresidente della Bce, Vitor Constancio, che, rispondendo a una domanda sulle criptovalute in una intervista a Repubblica, ha dichiarato: “Non sono monete. Non sono in grado di garantire le funzioni classiche di una moneta. La prima è quella di essere una stabile unità di conto con la quale esprimere il valore di altri beni. Se il valore della stessa moneta è così volatile vuol dire che non può espletare questa funzione, che di fatto è uno strumento speculativo”. E ancora: “Io chiamo quegli strumenti ‘tulipani’ – ha aggiunto Constancio – per ricordare il famoso crollo della bolla su quei fiori in Olanda nel Seicento”. In effetti da un po’ di tempo a questa parte continua il brusco calo delle quotazioni del Bitcoin e delle altre criptovalute. Più incerti rispetto a Panetta e Constancio gli economisti di Goldman Sachs, che di recente hanno dedicato un intero studio al quesito se il Bitcoin possa essere considerato o meno una moneta. “Una moneta – spiegano gli esperti di Goldman Sachs nel report “Bitcoin as a money” – trae il proprio valore dall’utilità nel facilitare le transazioni e diversificare i portafogli”. Per esempio, fanno notare gli stessi economisti, “il dollaro svolge queste due funzioni relativamente bene, o comunque meglio delle principali alternative, sicché la domanda (di dollari) nel mondo è elevata”.

Ma in quale area economica trovano terreno più fertile le criptovalute, così che possano diffondersi? Secondo gli economisti di Goldman Sachs la domanda è maggiore nelle aree dove circola una moneta di riferimento instabile e/o dove esistono forme di controllo dei capitali. Detto ciò, il Bitcoin può avere successo come forma di moneta? “In teoria sì – rispondono da Goldman Sachs – se (la criptovaluta) si dimostrerà in grado di facilitare le transazioni a costi bassi e/o di fornire migliori rendimenti ai portafogli di investimento”. Ma non sarà facile. E questo perché “le valute dei paesi più sviluppati svolgono già piuttosto bene questi servizi monetari”. Insomma, secondo Goldman Sachs, il Bitcoin e le criptovalute in generale possono “offrire alternative praticabili (alle monete) in paesi e aree del sistema finanziario dove i servizi tradizionali della moneta sono carenti o inadeguati”. Al contrario, nelle aree economiche più sviluppate, l’impiego e la diffusione delle criptovalute potrebbero rivelarsi più difficili.

Bitcoin & co: dietro i balzi stellari e i tracolli c’è il deserto delle regole

Attorno alle criptovalute regna ancora l’assoluta deregolamentazione da parte delle autorità di vigilanza. L’esperta: “Oggi le criptomonete sono associabili a strumenti di pagamento, non a valute. E in caso di contenziosi sarebbe molto difficile agire davanti a un giudice italiano”

di FLAVIO BINI 21 Gennaio 2018

  Rialzi stellari, tracolli improvvisi, valute sconosciute che valgono quanto aziende da migliaia di dipendenti, startup misteriose protagoniste di raccolte milionarie. L’altra faccia del luna park delle criptomonete è il deserto regolamentare in cui ancora oggi si muovono. Un tema su cui autorità regolamentari e legislatori rischiano di arrivare, nel migliore dei casi, troppo tardi. Mancano risposte ad alcune domande elementari. Solo per citarne alcune: quali sono i diritti in capo a chi possiede Bitcoin & co? Quali i doveri in capo agli emittenti, o alle piattaforme di exchange che oggi consentono di comprare e vendere liberamente incrociando domanda e offerta di acquirenti e venditori?
 Il primo punto fondamentale riguarda l’inquadramento giuridico: “Oggi in Italia il Bitcoin può essere accostato a uno strumento di pagamento e questo sulla scia di quanto affermato dalla Corte di Giustizia Dell’Unione Europea ed in considerazione che la stessa Bce ne ha negato la natura di moneta”, sottolinea Milena Prisco, Associato di CBA Studio Legale e Tributario. Una veste che però rischia di andare troppo stretta al Bitcoin e ai suoi fratelli. L’attualità parla già una lingua diversa, e le criptomonete si si avvicinano sempre di più – nei fatti –  a dei veri e propri strumenti finanziari. “Si tratta di un punto fondamentale, perché assimilare i Bitcoin a strumenti finanziari quali ad esempio azioni o strumenti che diano diritto ad un “profitto” sul capitale investito, significherebbe anche farli collidere con i tradizionali strumenti finanziari soggetti a tutta la normativa regolamentare, che è particolarmente stringente in tutti i paesi”. Per il momento nessuno sembra farsi avanti. E le valute digitali continuano a prosperare nell’ambiguità normativa esistente.  Con tutti i rischi connessi. A partire da come comportarsi in caso qualcosa dovesse andare storto in futuro “Chi acquista Bitcoin o altre criptovalute si trova ad avere in mano un asset ad oggi emesso da emittenti stranieri la cui esistenza e la cui circolazione è soggetta alla legge del paese di emissione, con la conseguenza che il diritto italiano non si applica e se dovesse mai accadere qualcosa non credo sia possibile ad esempio agire davanti a giudice italiano. Nel caso delle Ico sovente le controversie sono demandate a collegi arbitrali”, mette in guardia Prisco.

Non maggiore chiarezza si registra proprio sul fronte delle Ico, criptoversione delle Ipo tradizionali con cui le startup oggi raccolgono capitali sul mercato distribuendo – invece delle azioni – token legati a progetti portati avanti dalla società. “In questo caso la questione è diversa. E ritengo si possa trattare di asset che possono far sorgere rapporti giuridici tra investitorie/acquirente ed emittente”. D’altra parte, quantomeno, chi promuove le Ico deve pubblicare a corredo un White Paper, qualcosa di simile al prospetto informativo delle Ipo in cui si dettagliano caratteristiche e qualità del progetto. In Cina, su questo fronte, l’intervento pubblico è stato drastico, con il bando assoluto sancito dalla People’s Bank of China nei confronti delle Ico così come il divieto all’utilizzo di token come valuta di scambio.
Qualcosa si muove. Eppure anche se le Ico continuano a fioccare in Italia né Consob né Banca d’Italia hanno ancora affrontato la questione e ad oggi gli emittenti si limitano a specificare nei vari white paper che i token acquistati non danno agli acquirenti diritti assimilabili a quelli di strumenti di finanziari. Disclaimer che però, a loro volta, non sembrano garantire in modo inequivocabile secondo i giuristi uno scudo da qualsiasi contenzioso ai soggetti emittenti. Il deserto delle regole rischia quindi di non durare a lungo. “Negli Stati Uniti si è arrivati a lanciare primi future sul Bitcoin, mentre sono in attesa di autorizzazione i primi Etf sempre legati alla stessa criptomoneta. Inoltre il Segretario del Tesoro Steven Mnuchin ha appena annunciato che lo Stability Oversight Council, ente governativo che vigila sul rischio del sistema finanziario, ha dato vita ad un gruppo di lavoro sulle criptovalute “, conclude Prisco. “Quello che possiamo dire con certezza è che se si stanno muovendo interessi così forti, come quelli di banche d’affari ma non solo, vuol dire che qualcosa, in termini di regolamentazione, è destinato per forza ad accadere”.

 

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