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Il gioco di specchi di Cosimo Recupero

Il gioco di specchi di Cosimo Recupero

Notoriamente, la politica è comunicazione. Già un tale Benito Mussolini aveva intuito la potenza della propaganda politica. Il Duce, ancor prima che la televisione nascesse, aveva capito la forza dirompente di una comunicazione ingegnerizzata, passata alle masse con logiche precise, in canali controllati. Ed era per questo che l’inquilino di Palazzo Venezia aveva fatto di se stesso un vero personaggio da palco, con le sue mossette oggi forse un po’ ridicole ma a quel tempo efficaci.Con una retorica capace di spaccare gli stessi sentimenti degli italiani e una macchina della propaganda poderosa, strutturata intorno all’Istituto Luce, la propaganda aveva consentito al regime di tenere a bada un popolo più di quanto potessero fare violenza politica e olio di ricino.

Da allora le cose non hanno avuto un abbrivio molto diverso. La comunicazione politica, depurata dagli eccessi un po’ grotteschi, dai pennacchi e dalle divise, resta sempre il perno centrale del sistema democratico. E in questo non c’è niente di male.

L’avvento di Berlusconi ha accelerato questo passaggio ad una democrazia più da talk show, con un linguaggio meno paludato di quello di statisti della primissima repubblica che sicuramente incarnavano idee, valori e progetti di altissimo livello, ma li esprimevano spesso con la piacevolezza di un gatto attaccato con le unghie al basso ventre degli ascoltatori.

Berlusconi, oltre alla destra, ha sdoganato il sorriso d’ordinanza, la battuta sbarazzina e spesso politicamente scorretta, le canzoni  da posteggiatore di ristoranti della riviera, cantate con Apicella accanto e la bandana in testa.

Un po’ troppo forse. Una vera dissacrazione della politica che, di per sé, può anche essere innocua, al netto del fatto di avere portato in parlamento schiere di igieniste dentali, soubrettine un po’ agé e qualche compagno di merende.

Ma all’orizzonte si profila un altro rischio, connesso sempre al tema della propaganda politica.

Da più parti, infatti, si sta creando un vero e proprio sistema di disinformazione strutturata, basato sulla menzogna spacciata per verità. Sulla truffa venduta come ancora di salvezza.

Mi spiego meglio.

La politica negli ultimi anni non ha certo brillato per affidabilità e, se un qualche scossone ci sarà, non si potrà attribuire certo al popolo italiano. La voglia di dare un bel calcio nel sedere a gran parte dei politici è forte per chiunque, anche per persone come me che ancora credono nel primato della politica.

Ma il vero rischio è che questo malcontento generalizzato venga utilizzato per distruggere quel po’ che resta della democrazia.

Il sistema Italia è in grosse difficoltà, nonostante che i segnali che arrivano dall’economia parlino di una ripresa.

Tuttavia la democrazia sembra essere ancora salda. La Costituzione vigente, con tutti i suoi difetti, ha resistito agli assalti della Brigata Renzi, con il nettissimo no al referendum di un anno fa.

Oggi però i populismi sono sempre più forti, alimentati da questo malcontento, e hanno gioco facile nel farci vedere le cose al contrario, come allo specchio, appunto.

Ciò che è un pericolo per noi, ci viene additato come un bene assoluto. E le poche garanzie che abbiamo, come l’origine di tutti i mali.

Facciamo qualche esempio. Ci dicono che bisogna ridurre gli stipendi dei parlamentari e questo spinge tanti nel pensare che la politica dovrebbe essere addirittura fatta gratis, come il calcetto.

Ma se la politica diventa un hobby, la potranno fare solo i ricchi, e se ci governano solo i ricchi forse i nostri problemi aumenteranno, anziché diminuire. Ci dicono che i partiti devono campare d’aria, senza contributi pubblici. Ma se la democrazia non alimenta se stessa, ci penserà la finanza speculativa a farlo, con tutte le conseguenze del caso.

Ci hanno fatto credere che in politica bisogna stare pochi anni a prescindere dai risultati, il che è come dire che un chirurgo può operare finché è scarso. Quando acquista un po’ di esperienza se ne deve tornare a vendere panini allo stadio, come faceva ai tempi dell’università.

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