editoriale

L’irrilevante storia della sinistra siciliana di ENRICO DEL MERCATO

L’irrilevante storia della sinistra siciliana di ENRICO DEL MERCATO, la Repubblica

Nell’Isola si è sempre ondeggiato tra un massimalismo ai confini dell’irrealtà e una irresistibile tendenza all’inciucio. Dopo la “vittoria” del 1947 un lento declino della sinistra nelle urne e nella società. Le occasioni perdute e il virus delle liti interne. Sono serviti gli appelli al “voto utile” lanciati dal centrodestra e dai grillini per ricordarsi dell’esistenza della sinistra (o del centrosinistra, se preferite) in Sicilia. Suppongono, Nello Musumeci e Giancarlo Cancelleri, che i voti degli elettori orientati a sinistra possano decidere quella che i sondaggi disegnano come una sfida tra loro due per la conquista di Palazzo d’Orleans. La loro idea è che gli elettori di sinistra, preso atto dei sondaggi sfavorevoli ai candidati che li rappresentano, scelgano l’uno o altro come “male minore”.

Comunque la si pensi c’è una domanda – giusto per non evocare gli spettri di marxista memoria- che si aggira per la Sicilia: ma quanto vale esattamente il voto di sinistra (o di centrosinistra)? Domanda che se ne porta appresso almeno altre due: ma esiste la sinistra in Sicilia? E se, come sostiene qualcuno, la sinistra (o il centrosinistra) ha smesso di esistere da tempo, quando è esattamente accaduto? E per colpa di chi?

Varrà la pena di guardare i numeri per accorgersi che la sinistra in Sicilia non ha mai avuto un ruolo maggioritario nella società e soprattutto nelle urne e che, solo raramente, si è affacciata nelle vicende politiche dell’Isola con ruoli determinanti e quando lo ha fatto ha, spesso e volentieri, sbagliato approccio e obiettivi. I numeri ci dicono che le prime elezioni regionali, nel 1947, segnarono il primo (e unico) successo della sinistra nell’Isola. Il Blocco del Popolo sopravanzò la Dc che, però, costituì il governo grazie al sostegno esterno di monarchici e liberali. La sinistra, nell’anno che precedeva le decisive elezioni nazionali del ‘48, c’era. Sia nella società che nelle urne. C’era perché era la parte politica che rappresentava i braccianti in una regione ancora ampiamente a economia agricola. C’era perché si era accollata, sola e spesso inascoltata, il peso della lotta contro la mafia. Negli anni a venire, col progressivo spostamento dei siciliani dalle campagne alle città, con la nascita della burocrazia regionale (battezzata e poi coccolata dalla Democrazia cristiana), la sinistra e il Partito comunista arretreranno. Nella società prima ancora che nelle urne. Anche perché- come hanno rilevato in molti- il Pci tarderà ad adeguare dirigenti e analisi al mutamento della società siciliana. Di certo c’è che, allo scoccare degli anni Settanta mentre nelle neonate regioni a statuto ordinario la sinistra conquista spazi di potere e perfino roccaforti del voto conservatore meridionale come Napoli conoscono l’esperienza del sindaco comunista, Palermo e la Sicilia restano gigantesche enclave democristiane. Sono i tempi in cui l’idea di portare l’industria in Sicilia che faceva paura a democristiani e industriali (Mimì La Cavera, storico presidente di Confindustria, ha raccontato di come i suoi colleghi gli contestassero l’idea di portare la Fiat nell’Isola con l’argomento che così sarebbero arrivati gli operai comunisti) prendeva la deleteria piega delle Partecipazioni pubbliche alla siciliana. Piega deleteria alla quale contribuirono anche il Pci e il Psi. Ma dietro questa breve, e lacunosa, elencazione dei passaggi della storia recente che hanno fatto della sinistra siciliana un attore marginale della vicenda politica e sociale (con la grandissima eccezione della lotta alla mafia che è sempre rimasta il marchio distintivo dei comunisti siciliani) c’è molto spesso quel germe che corrode la sinistra: la litigiosità interna. Il rimproverare qualcosa a chi è più vicino, prima ancora che all’avversario. Il correre a sentirsi più anti (soprattutto più antimafioso) di qualcuno. Questa schizofrenica competizione interna ha prodotto una sinistra che ha sempre ondeggiato tra il massimalismo ai limiti dell’irrealtà e la tendenza all’inciucio senza vergogna. In entrambi i casi l’obiettivo è stato sempre uno: evitare che sorgesse una sinistra riformista e di governo. Valgano due esperienze a testimoniare ciò: il governo Campione-Parisi che nel 1992 a Palazzo dei Normanni anticipò la fusione tra ex comunisti e democristiani di sinistra che sarebbe poi stata realizzata con l’Ulivo e sul quale spararono a palle incatenate Leoluca Orlando e l’ala violantian-foleniana dei Ds e- sul fronte opposto, quello della inarrestabile tendenza all’inciucio- la  sciagurata collaborazione tra il Pd e Raffaele Lombardo in tempi più recenti. Allo spirare del mandato di Rosario Crocetta, l’unico politico proveniente dal Pci portato dal voto popolare (e minoritario) a Palazzo d’Orleans, puntuale si riaffaccia il copione della sinistra che va divisa alle urne e senza una visibile idea alternativa di governo. Quanto basta per chiederselo di nuovo: chi e quando ha ucciso la sinistra in Sicilia? / tratto da la Repubblica Palermo

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