editoriale

Il moralismo a senso unico uccide la Democrazia di Giovanni Frazzica

Il moralismo a senso unico uccide la Democrazia di Giovanni Frazzica

 

Tutti i siciliani onesti vogliono combattere la mafia, anzi vorrebbero estirparla in tutte le cangianti forme in cui di volta in volta si rinnova e si presenta per avvilire l’umanità dolente dell’Isola. Grande rispetto dunque per magistratura e per le diverse articolazioni delle forza dell’ordine quotidianamente impegnate nell’opera di monitoraggio e di contrasto del fenomeno mafioso e che, ad onor del vero, riescono a conseguire anche risultati significativi e importantanti anche sul piano del taglio dei collegamenti internazionali. Plauso anche al mondo della scuola che, negli ultimi anni, sta facendo opera di divulgazione nelle scuole di conoscenza e di condanna del fenomeno mafioso tra i giovanissimi, producendo risultati notevoli. Diffidenza estrema invece per queli che Leonardo Sciascia definiva “i professionisti dell’antimafia”, soggetti che, non avendo responsabilità operative, non offrono il loro petto alle pallottole dell’ala militare della mafia, ma utilizzano le loro lingue molto spesso per denigrare avversari politici. Si tratta di soggetti che si sono impadroniti, agli occhi dell’opinione pubblica, del brand “antimafia” e, come la banana Ciquita, mettono il bollino blù a loro discrezione. In realtà i più attivi in questo segmento di attività che, sostanzialmente, porta solo forti ricadute mediatiche e propagandistiche, sono stati gli esponenti della sinistra, da sempre annidati anche nelle diverse Commissioni Antimafia, che però non sono giocattoli, sono Organi istituzionali, sia pure con funzioni delimitate, pagati con i soldi dei contribuenti. Ma al di là della loro capacità di incidenza operativa, che per fortuna resta nelle mani della Magistratura ordinaria, le Commissioni Antimafia, soprattutto quella nazionale, sono un ottimo pulpito da cui fare partire una predica. E che predica! Di più, una vera è propria campagna di inquisizione mediatica che neanche il sommo Torquemada avrebbe saputo imbastire. Con una differenza sostanziale però, il grande Inquisitore non si candidava a Governatore della Spagna, esercitava in modo severissimo il suo ruolo di magistrato della fede e basta, non recitava due parti in commedia. A suo modo, era una persona seria. Oggi assistiamo all’assurdo che gli inquisitori, sono anche candidati. E’ il caso specifico di Claudio Fava, Vice Presidente della Commissione Nazionale Antimafia, che non solo non si è dimesso facendosi sostituire dal ruolo, cosa che avrebbe dato certezza di non ritorno, ma partecipa ad una gioiosa campagna inquisitoria che passa attraverso il controllo delle liste dei candidati alle elezioni regionali in Sicilia. Laddove questo controllo riguarda soprattutto, se non esclusivamente, gli altri, cioè i suoi avversari politici. Quousque tandem abutere, Fava, patientia nostra? Non è possibile giocare due parti in commedia così rilevanti e tutti a stare zitti perchi dicono “ma tanto non sale”. Non è questo il punto. Perché col suo modo di agire legittima situazioni discutibili  come quella del Rettore Micari o del Direttore Generale dell’Ateneo di Messina che giocano anch’essi due parti in commedia e cerca peli nell’uovo dei cosiddetti figli d’arte che, ancorchè incensurati hanno qualche scheletro nell’armadio di casa. E tutto questo fa notizia, getta discredito, genera malumore tra la popolazione stremata e affamata, aizza il popolo dei disoccupati, aumenta la rabbia e la voglia di ribellione. Favorisce il non voto o il voto grillino. Chissa se Fava, che lo voglia o no, è un frammento della vecchia politica, tutto questo lo ha capito e vuole comunque continuare a giocare sporco. 

. già pubblicato da “i Vespri”

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