Cultura

Salonia e Monachino: rivivere le tradizioni dei mercati e del cibo di strada

L’arte di Salonia e Monachino per far rivivere le tradizioni dei mercati siciliani e del cibo di strada

 

I mercati Siciliani e i venditori di cibo di strada come luoghi e personaggi utili per una visita guidata alla storia e alle tradizioni della Sicilia. E’ questo l’intento  che il l’artista messinese Dimitri Salonia, fondatore della Scuola Coloristica Siciliana, vuole ottenere nelle sue opere dove sono rappresentati i più importati mercati siciliani. Insieme alla sua allieva l’artista Lidia Monachino, nell’ambito degli eventi culturali collaterali del “Messina Street food festival”,  esporranno oggi domenica 15 ottobre a partire dalle 9 fino  alle 21, nella sala eventi del Royal di Messina, la mostra di quadri già esposta ad Expo 2015  “Cibo di strada I mercati siciliani e l’Arte: tradizioni della cultura culinaria del cibo da strada”.

Salonia rappresenta  i più noti mercati popolari della Sicilia, già descritti in passato anche da Bufalino e dipinti da Guttuso. Sarà evidenziato anche il ruolo del cibo da strada nella società attuale, e saranno messi in risalto gli aspetti che mettono in gioco importanti valori culturali, identitari ed etnici. I mercati siciliani più famosi da Ballarò alla Vucciria, al Capo  a quello di Santa Cecilia a Messina erano difatti, luoghi dove la socializzazione, le grida, gli sguardi, la gestualità, assumevano significati  particolari. Nella scena gastronomica urbana si passa dalla tradizione al gourmet,  elaborando la  tendenza street food. Coniugano il linguaggio dei sapori con quelli della cultura e della comunicazione inventano ‘brand’ urbani. Sono anche una rappresentazione rituale, che permette di creare un’anima sociale. Salonia parlando delle sue opere accenna anche alla funzione dei mercati come luogo da preservare rispetto alla modernità del non luogo come un centro commerciale, sottolineando: “Nella culla protettiva del quartiere ai tempi dell’antica memoria, c’erano i mercati rionali, pieni di vita, di voci  e di colori, prima di essere uccisi dall’accetta della bonifica e del restauro, della distruzione del bello e del buono. Quei personaggi, incastonati in angusti spazi di relazione, degradati e persi, con le loro voci e le loro antiche lingue, hanno tentato di presidiare ancora, fino alla fine, quei mitici luoghi, agonizzanti, che non vogliono morire, nel paradosso della loro fisica dissoluzione, e tuttavia vivono ancora nelle indistruttibili fortezze del nostro ricordo. E ti sembra che gli allegri personaggi di questo palcoscenico incantato, pittori immaginosi di questo sbadiglio dell’umanità, si risvegliano da un sonno millenario, per cantare con te un coro, che si sbriciola tra le dita”. “I colori dei mercati – spiega ancora Salonia – mi hanno accolto bambino quando avrei mangiato anche solo il profumo delle mandorle coperte di zucchero e hanno svegliato la mia nostalgia quando anche lo zucchero acquista un sapore amaro. Ho ripescato nei miei ricordi un calore, un sapore, un odore che a poco a poco si stanno perdendo sui banconi a norma Cee, con i prezzi fissi che cancellano la contrattazione: quel sale e pepe dialettico, recitato con maestria da ambulante e acquirente per poter pensare, almeno una volta, di aver gabbato il fato”.  Salonia spiega anche la funzione sociale dei mercati: “E’ una scuola di pensiero e di vita, è un agorà protetta, dove gli incontri e gli scambi culturali si nascondono nella borsa della spesa. E così si impara che  il denaro non compra tutto, che il tempo è galantuomo e che con la paglia maturano anche le nespole, una lezione spicciola di vita ma ricca di antica saggezza, quella saggia consapevolezza del nostro passato che ci permette di affrontare con filosofia anche un destino amaro”. Infine Salonia si sofferma sulle banniate, le grida dei venditori ambulanti spiegandone la teatralità: “Quell’urlo lacerante di quella bocca aperta in una smorfia di dolore represso è muto tra le grida degli imbonitori. Il mercato diventa teatro di misfatti che nessuno sente, nessuno vede e nessuno dice: è la vita che diventa un’arena, dove si combatte una guerra eterna tra la sensibilità e la grettezza, tra il vivere e l’osservare, tra il costruire e il disgregare. E come su un palcoscenico, nella vita si recita a soggetto, ognuno prende la sua strada e cammina da solo, e il turbinio delle passioni detta il dialogo e, si scateni il plauso, si istighi il biasimo, si deve essere sempre capaci di improvvisare”.

L’ArtistaDimitri Salonia, talento precoce vocato alla pittura, fin dalla più tenera età frequenta la bottega del nonno materno Michele Amoroso, pittore figurativo di stampo impressionistico, esponente della scuola dei macchiaioli napoletani, e allievo di Domenico Morelli. Creatore di uno stile personale e inconfondibile, fonda la Scuola Coloristica Siciliana.

Salonia trae ispirazione dall’arte e dalle tradizioni siciliane; apprezza e studia gli antichi mestieri dei decoratori di carretti siciliani, i pannelli lignei dei cantastorie erranti, i teatrini dell’Opera dei Pupi, e appunto la brulicante umanità il dissennato vociare dei mercati siciliani. Per descrivere questo mondo utilizza delle tecniche innovative e originali, con una continua ricerca volta a rivisitare il concetto stesso di Arte.

Questo è importante perché se si decide di investire in questo settore, è fondamentale capire quali possono essere gli artisti che fanno la differenza: quelli che hanno una loro identità, unica e geniale.

Nella sua collezione sui mercati rappresenta soprattutto la gioia di vivere dei siciliani che, come dice il critico Vittorio Sgarbi nella monografia dell’artista è un aspetto ricorrente nella sua Arte. “Per Dimitri Salonia,- spiega Sgarbi –  a Belle Epoque non è mai finita. Sta ancora dentro di noi, se solo lo vogliamo.  Dal punto di vista artistico, inevitabili i rimandi all’Impressionismo  e  al post impressionismo. C’è Monet, c’è soprattutto Renoir in particolare nei quadri di gruppo e figura. C’è poi il post impressionismo di Cézanne, la concezione mentale che progressivamente si sovrappone a quella sensoriale, lo spazio che si sfaccetta e si scompone in unità regolari di piani, forme e colori, tendenzialmente geometrici , anticipando la svolta, tutta celebrale del Cubismo. C’è “L’ecole de Paris” come linguaggio internazionale della modernità, lirico, colorista”. Ha fatto una mostra sui mercati siciliani ad Expo 2015 e una con la regione Sicilia nell’agosto 2017 a Palermo.

Lidia Monachino: Nata a Sant’Agata di Militello, coltiva sin da bambina il suo naturale istinto per il bello, alimentato dalla naturale bellezza dei luoghi. La sua ispirazione fu sconvolta dallo scontro-incontro artistico con Dimitri Salonia. In seguito la frequentazione con gli artisti della “Scuola Coloristica Siciliana” alimentò e stimolò sempre di più la sua naturale ispirazione artistica con la conquista di mezzi tecnici espressivi sempre più consapevoli; il colore è sopratutto le trasparenze, ma anche l’ambiguità del disegno e delle forme per una naturale esigenza di favola. Per lei quadro non è mai finito, come l’universo che è in continua espansione e che crea nuovi universi e nuove stelle, un eterno divenire. Hanno scritto di lei importanti testate nazionali come Libero e Arte Mondatori, ha realizzato notevoli mostre di carattere regionale, nazionale e internazionale ottenendo sempre grandi successi. Ha partecipato ad Expo 2015.

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