editoriale

Minniti sulle orme di Berlusconi di Giovanni Frazzica

Minniti sulle orme di Berlusconi di Giovanni Frazzica *

In fondo, se si vuole raggiungere un risultato concreto in poco tempo e si copia un modello di successo precedentemente adottato, non c’è nulla per cui dover essere criticati, anzi tutt’altro. Soprattutto se arrivano dei risultualtati, stiamo parlando della questione migranti, ovviamente, e del tanto giustamente lodato lavoro che il ministro Minniti ha fatto per fermare le partenze dalla Libia. Ma se superata la disperazione in cui eravamo immersi, osserviamo con un attimo di lucidità il “piano Minniti” possiamo, semplificando al massimo, dire che altro non è che il piano Berlusconi, certo con gli adattamenti che la nuova situazione storico politica richiede. Mentre Berlusconi aveva la fortuna, si fa per dire, di avere un solo interlocutore, Gheddafi, Minniti ha dovuto faticare non poco per trovare ben quattordici capi tribù che potessero coprire quella parte di territorio da cui dipendeva il flusso delle migrazioni. E sembra esserci riuscito. Ma è la soluzione strutturale del problema? Amava dire Einstein:”Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”. Minniti, facendo la stessa cosa di Berlusconi, sia pure con modalità diverse, ha tamponato, se tutto va bene, il problema della cosiddetta “rotta libica” forse fino alle prossime elezioni politiche. Lasciando sotto il tappetto due questioni importantissime: la prima è la sorte delle centinaia di migliaia di profughi che, a vario titolo, nella Costa dei Lager, che ha sostituito le famigerate prigioni di Gheddafi, ma non è da meno, a giudicare dall’antologia degli orrori che viene fuori dai racconti di coloro che riescono a liberarsi. Il secondo argomento è rappresentato da un rapporto riservato in possesso del governo tedesco che dice che da diverse parti dell’Africa sub sahariana sono pronti a scappare 6,6 milioni di persone, in aggiunta quindi a quel milione che è già in movimento. E’ vero dunque che dare contributi ai sindaci  libici per fare strade, marciapiedi e illuminazione, li rende disponibili alla collaborazione, ma fino a quando riusciranno a fermare questa enorme marea umana? Già sono pronte le nuove rotte dei migranti. Dopo la stretta in Libia cambiano i percorsi per entrare in Europa. Dal Marocco alla Spagna, dall’Algeria alla Sardegna, dalla Turchia a Lesbo o a Costanza, sul Mar Nero, gli scafisti si attrezzano per forzare il blocco. Di fronte a questo tragico gioco destinato a continuare c’è da chiedersi che senso ha la frase “aiutarli a casa loro”. Forse una soluzione più consistente e di lungo periodo potrebbe essere la costruzione di quella “Città dell’Utopia” profetizzata dal prof. Leonardo Urbani, una sorta di New York sulla costa africana, città internazionale garantita dalle forze ONU, in cui dovrebbero sorgere Atenei, Ospedali, Albergi, Chiese e Moschee, ristoranti, piscine, dissalatori, centri di riabilitazione, parchi, Aziende agricole, scuole, teatri, impianti sportivi e centri di formazione. Urbani ha lanciato questa idea da diversi anni fa, ma non è stata mai presa a modello operativo da quei potenti che teorizzano che “dobbiamo aiutarli a casa loro”. Le ondate migratorie non si fermano facendo l’ennesimo campo profughi e mettendo su qualche ospedaletto da campo. L’idea di Urbani in fondo è semplice: si deve creare qualcosa che sia non soltanto funzionale, ma anche attraente, dove il giovane che scappa vada non solo per il bisogno di trovare il lavoro, ma anche perché sogna di andarci, così come i nostri migranti partivano con le lacrime agli occhi, ma sognavano l’America e New York.                                                                         * già pubblicato da centonove

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