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Si costruisca  “Afri York”, per aiutarli a casa loro di Giovanni Frazzica

Si costruisca  “Afri York”,  per aiutarli a casa loro di Giovanni Frazzica

Probabilmente, il precedente degli strappi diplomatici con cui il presidente francese Macron sta mettendo a dura prova i rapporti con l’Italia è quello che risale al 3 maggio 1881, quando il governo di Jules Ferry inviò un contingente di duemila uomini a Biserta, in Tunisia. Il Paese del Nord Africa che di fatto veniva considerato «italiano» per l’apporto di lavoro e capitali, soprattutto  da  operatori e lavoratori siciliani che curavano vigneti, agrumeti, pesca, miniere etc., diventava improvvisamente francese. Benedetto Cairoli, il primo ministro che considerava la Tunisia un protettorato italiano, rimase spiazzato. Quel blitz sottolineò l’isolamento internazionale dell’Italia. L’Inghilterra faticava a  mantenere il suo controllo sull’Egitto e la Germania vedeva bene un allentamento della pressione francese sui suoi confini. E quello che passò alla storia come lo «schiaffo di Tunisi», fu anche in seguito tra i motivi di rivalsa per cui l’Italia giolittiana decise l’occupazione della Libia nel 1911. A distanza di oltre cento anni l’Unione Europea si dimostra una costruzione fragile e ancora sembrano tornare quei fantasmi del passato. Dobbiamo tuttavia dire, tornando al dramma dei migranti, che grazie anche alla politicamente non corretta iniziativa di Macron che a sorpresa ha convocato all’Eliseo i due maggiori esponenti del potere libico, forse si potrà arrivare ad una svolta nella situazione dei migranti che, negli ultimi mesi era divenuta davvero insostenibile. Anche se, ad onor del vero, occorre dare atto al Ministro degli interni Marco Minniti di un una serie di sforzi portati avanti con solerzia e talvolta seguendo anche intuizioni geniali, anche se i passi fatti non erano stati risolutivi. In effetti Minniti, utilizzando un bagaglio di informazioni che gli derivava anche dalla sua esperienza maturata al Copasir, ha capito che per raggiungere qualche risultato in Libia, utile ad arginare l’azione dei trafficanti di esseri umani, occorreva trattare con i poteri locali: sindaci e capi tribù in particolare. E questo ha fatto a più riprese, invitandoli a Roma e andando personalmente a Tripoli. Lavoro fatcoso e utile.  Ma mentre lui, reduce dalle incomprensioni riscontrate in sede europea, continuava a portare avanti in maniere certosina e anche un po’ artigianale, la sua opera di interlocuzione con le autorità territoriali libiche, ecco che il Presidente Macron, dando un taglio clamoroso e “industriale” alla vicenda, convocava a Parigi Fayez al Serraj e Khalifa Haftar: il primo è il rappresentante politico riconosciuto del Governo di Tripoli, il secondo rappresenta invece il Governo di Bengasi ed è il capo del più potente esercito del paese, sostenuto, tra l’altro, dalla Russia di Putin che, sulla Libia vuole mantenere una propria influenza. E non c’è dubbio che anche Macron, ponendosi come interlocutore del problema dei migranti, vuole stabilire una sua influenza sul territorio libico, alimentando l’idea che la Francia è una potenza mediterranea e implementando quell’influenza che già esercita su diversi paesi dell’Africa del Nord. L’inserimento in Libia, interfaccia naturale dell’Italia e terra ricca di minerali, petrolio e gas, significherebbe, tra l’altro, alterare pesantemente equilibri economici e politici costruiti nel tempo. Il premier Gentiloni è riuscito ad intercettare Fayez al Serraj di ritorno da Parigi e ad incontrarlo a Roma dove, al termine di cordiali colloqui, ha ricevuto la richiesta di un intervento delle navi italiane in acque libiche per contrastare l’opera degli scafisti. Tale richiesta, avanzata solo da Serraj, ha subito qualche fase di ripensamento, poi la conferma ed il Consiglio dei Ministri ha approvato la missione. E’ probabilmente sarà questo il nuovo capitolo di questa storia, la nuova frontiera della lotta ai mercanti di esseri umani, ma è solo un tampone provisorio rispetto a quello che molti studiosi considerano l’inarrestabile fenomeno della migrazione dei popoli. Forse una soluzione più consistente e di lungo periodo potrebbe essere invece la costruzione di quella “Città dell’Utopia” profetizzata dal prof. Leonardo Urbani, una sorta di New York sulla costa africana, città internazionale garantita dalle forze ONU, in cui dovrebbero sorgere Atenei, Ospedali, Albergi, Chiese e Moschee, ristoranti, piscine, dissalatori, centri di riabilitazione, parchi, scuole, teatri, impianti sportivi e centri di formazione. Urbani ha lanciato questa idea da diversi anni fa, ma non è stata mai presa a modello da tutti quelli che teorizzano che “dobbiamo aiutarli a casa loro”. Certo le ondate migratorie non si fermano facendo l’ennesimo campo profughi e mettendo su qualche ospedaletto da campo. Per fortuna, oltre a coloro che ci mettono la demagogia, ci sono anche dei pensatori che riescono a maturare progetti, ad avere la visione di quello che si dovrebbe fare veramente. Anche su temi come questo, si dovrebbe aprire il confronto con l’Europa e con gli stessi paesi Arabi. Tenendo conto ovviamente che sono ipotesi che richiedono investimenti notevoli, ma che anche per questo rappresantano un momento di verifica della volontà politica, soprattutto europea, di voler intervenire lucidamente su un tema che ormai non può essere trascurato e rinviato troppo a lungo. E non è neanche in caso di sottovalutare la ricaduta occupazionale che un maxi progetto realizzato a pochi chilometri dalle coste della Sicilia potrebbe avere anche su tecnici, operai e lavoratori italiani e siciliani in particolare.

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