Cultura

PRODI: IMMORTALATO IN UN RITRATTO DI ENZO BETTIZA

PRODI: Chi è l’uomo capace di attraversare i governi e i sottogoverni della Prima Repubblica e di riemergere sugli altari della seconda

 

Il ritratto che Enzo Bettìza, scomparso qualche giorno fa, fece di Romano Prodi su “La Stampa” dell’8 luglio 2001 è come un buon vino che migliora invecchiando…

“Non parla, ma sussurra. Non dice, ma allude. Non afferma, ma annuisce. Non nega, ma scuote enigmaticamente la testa. Non respira, ma sospira rumorosamente dal profondo. Chi è? L’ombra di Don Abbondio fra i mulini del Po? Un medico condotto in bicicletta lungo sentieri e forre degli Appennini? No: è soltanto e soprattutto Romano Prodi. Dai racconti di terzi io, che non t’ho mai incontrato di persona, ho ricavato talora l’idea di un uomo vagante e imprevedibile come una nube estiva. Una nube che può dissolversi soavemente nel nulla oppure di colpo gonfiarsi, appesantirsi e aprirsi in un acquazzone insistente e onnipervasivo. Al tempo stesso ho visto venirmi puntualmente incontro dal piccolo schermo un curato in pasciute carnalità emiliana: un mormorante confessore dì campagna, con l’indice e il pollice congiunti a formare un esatto cerchietto didascalico, insieme perentorio e assolutorio. Il Prodi pensiero, ammesso che ne esista uno, si è risolto sempre per me in una sorta di Prodi sussurro, di Prodi sospiro, di Prodi aspersorio, qualcosa di morbido e avvolgente le frasi anche più elementari entro una membrana di perentorietà serena e inoppugnabile. Ogni volta che lo guardavo m’ipnotizzava la forza di gravita magnetica di quelle sue ovvietà sospirate, non opinabili, che sgorgavano con tanta ostinata e dolce fermezza da una sorridente bocca a salvadanaio. E, durante il mio breve stato d’ipnosi davanti al video, non potevo sottraimi alla curiosa sensazione di essere io stesso un vecchio e amichevole conoscente del placido Romano. In quel dimesso fascino familiare è forse la chiave delle fortune lunghe e delle sfortune brevi di Prodi. All’università cattolica di Milano, dove studiava giurisprudenza, i compagni dì facoltà consideravano la sua testa tozza e squadrata, lussureggiante di capelli nerissimi (si domandava Craxi: Ma se li tinge?»), un vero e proprio toccasana da carezzare con slancio propiziatorio prima degli esami. Non spaventava allora e non spaventa neppure oggi il prossimo. Non alzava e non alza più di tanto la voce. Consiglia, propone, predispone, cuce, scuce, ricuce con l’ottimismo un po’ crepuscolare dì chi sa aspetterà, sferruzzando su! bordo de! fiume, i resti sparsi dì ex amici divenuti nemici.

Ormai non più Berlusconi. Piuttosto Marini, D’Alema, Bertinotti, Cossiga, Mastella e, chissà, forse domani lo stesso Rutelli che per ora gli tiene al caldo nella serra romana la Margherita. Ma chi è, veramente, l’uomo di guttaperca che è stato capace di attraversare le torbide acque dei governi e sottogoverni della Prima Repubblica e di riemergere poi incolume sugli altari della seconda?

Troviamo una delle risposte più argomentate nel documentatissimo libro di Massimo Pini I giorni dellIri, storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori), in cui nulla, cifre, dati anagrafici, intrecci politici e finanziari, sembra lasciato al caso. Il versatile Pini, editore di punta, saggista d’impegno, già membro de! consiglio d’amministrazione Rai, infine vice socialista dei cattolico Prodi nei comitato dì presidenza Iri, ripercorre per trecento incalzanti pagine gli anni nei quali l’Istituto, creato all’epoca fascista, era diventato il perno dei potere economico e spartitorio della Democrazia cristiana. Questa eccellente ricostruzione della fatale storia dell’Iri, che sembra quasi una controstoria dell’Italia da Mussolini fino a Craxi e a De Mita, s’intreccia via via con fa singolare vicenda di colui che negli Anni Ottanta ha guidato i! mastodonte, mai risanato, di un’economia mista in cui coesistevano protesi dì capitalismo pubblico e arti dì capitalismo privato. Ad un certo momento si ha la sensazione che Iri e Prodi siano quasi la stessa cosa: una stupefacente ameba imprenditoriale che si nutre di se stessa e de! propri figli d’acetato, d’alluminia, di plastica, di fibre ottiche, denominati spesso con acronimi fantasiosi come Alitalia, Finmeccanica, Iritecna, ItaSstat, Stet, Finsiei, Uva, Un olimpo panindustriale autofago e quasi incestuoso, che copulando con se stesso, divorandosi e autoriproducendosi con compravendite in circuito chiuso, dove fra una partita di giro» e l’altra non si sa più chi compra e chi vende, finisce per partorire profitti monchi e debiti mostruosi che credo nessuno, nemmeno Prodi, sarà mai in grado di razionalizzare e riordinare con evidenza contabile.

Quando alla vigilia di Tangentopoli le procure cominceranno ad allungare l’occhio su quel vortice miliardario, il ragioniere generale Monorchio osserverà con un giudizio degno del migliore Pilato: l’Iri è vittima illustre e incolpevole dei dilagare della spesa pubblica». Il Tesoro, serbatoio inesauribile dei socialismo assistenziale all’italiana, emetteva ormai 70.000 miliardi di titoli di Stato ai mese. Alla sua maniera anche Prodi, che un giorno verrà aggredito con virulenza sanculotta dal procuratore Di Pietro, era stato una vittima incolpevole ma già illustre dell’Olimpo governato da lui più con tatto politico che con calcolo economico. La sua strategia dell’attenzione, affinata al tempo e nell’ambiente che l’aveva visto ministro dell’industria nel quarto governo Aridreotti, era rivolta soprattutto alla segreteria demitiana della Dc e ai partiti alleati lottizzati al vertice dell’Iri, Epoca di mediazioni capziose ma di atmosfere felpate che Pini descrive così; Le sedute dedicate alle società più importanti erano scherzosamente definite “messe cantate”. A capo del grande tavolo delle riunioni sedeva il professore, corrucciato oppure bonario; amabile con chi gli evitava problemi, chiuso e scostante con chi lo avesse contrariato o deluso; si applicava allora nell’ostentata lettura del Financial Times , mentre i poveretti incorsi nella sua ira illustravano i risultati di bilanci penosi davanti allo schermo di quel roseo foglio internazionale. O sarà quindi nella sua biografia di lento scalatore una specie di jato, in cui si dedicherà a tessere buone relazioni d’affari e di prestigio col mondo internazionale tramite la società Nomisma, dal nome della moneta bizantina, da lui ideata come centro di studi e ricerche economiche». In attesa di giorni migliori stringerà contatti fruttuosi col finanziere planetario Soros, con grandi multinazionali genere Sachs e Unilever. Come tanti democristiani di sinistra anche Prodi mostrerà di saper coniugare tutto con tutto: un passato in cui convergevano il francescanesimo dossettiano e il liberalismo moderato della casa editrice il Mulino, la protezione ideologica di Andreatta e il cipiglio autorevole di De Mita, l’assistenzialismo solidaristico e il salotto della finanza laica di Via Filodrammatici; un presente in cui la recente esperienza del grande boiardo di Stato convive con quella del fantasioso inventore di Nomisma, dedito allo studio del business globale e agli agganci laterali con Wall Street. Già la sferza di Lucio Colletti s’era abbattuta sull’originaria vocazione all’amalgama del professore: Prodi è cresciuto nella più orribile greppia cattocomunista dì Bologna, città che ha il peggior intreccio eticopolitico tra partito, Comune, volontariato cattolico e cooperative». Tuttavia, lo stesso ultrabolognese Prodi esibirà un volto nuovissimo nella sua seconda versione alla presidenza Iri, dopo l’arresto di Franco Nobili, al quale non dedicherà una parola di conforto o di compianto. Sarà il volto sbrigativo del privatizzatore, del commissario liquidatore, del seppellitore dell’ex supercattedrale della mano pubblica. Mette all’asta i pezzi decotti dell’Istituto, patrocina la formula ambigua della public company, dandosi al tempo stesso una riverniciatura neocapitalista con inusitate dichiarazioni liberiste. Le privatizzazioni sono una grande occasione per cambiare questa situazione, creare pluralismo economico e quindi libertà». Insomma, da Dossetti e Keynes a von Hayek. Ma Giorgio La Malfa, legato per rami patemi alle roccaforti del capitalismo tradizionale, non mangia la foglia e denuncia: Le privatizzazioni alla Prodi sono fatte su misura per la sinistra democristiana». E’ con tale miscela eterogenea dì neocapitalismo velleitario e liberal», purificato dalle ghigliottinate giustizialiste, che ii riciclato presidente e affossatore dell’Iri si prepara a entrare nell’agone politico come imminente leader dell’Ulivo. Si appoggerà, per riuscire, all’accoppiata fra i relitti della sinistra Dc e le zattere corsare degli orfani del comunismo. Il resto è noto. Fatto fuori il primo Berlusconi,  passato Dini, subentra nel 1996 a Palazzo Chigi il vittorioso Romano Prodi che già da studente, appena laureato, aveva gridato per i corridoi della Cattolica: Finalmente tra me e a presidenza del Consiglio non c’è nessun ostacolo!»,

L’ambizione a lunga scadenza, si vede, non logora quelli che se la covano da sempre come una serpe amica nel petto. Da quel momento l’ossessione d’immagine e dì propaganda del primo ministro Prodi diventano l’euro, Maastricht, l’Italia cinta dall’alloro europeo. Lascia intendere che l’approdo alla moneta unica è opera originale e impareggiabile dei governo ulivista, anche se in realtà qualunque altro governo, più a sinistra o più a destra del suo, avrebbe dovuto per coazione storica imboccare la medesima strada: l’alternativa era il vuoto o il caos. Quando Prodi nel 1998 verrà disarcionato dai complotto» di D’Alema e Cossiga» e cadrà per un voto in Parlamento, i fragori delle pulizie etniche balcaniche copriranno quella sua ennesima sconfìtta effìmera. D’Alema farà allora del Kosovo quello che lui fece dell’euro: il cavallo di battaglia del primo governo italiano a conduzione postcomunista. Il professore disarcionato non saprà per qualche tempo che fare, dove andare, quale poltrona occupare. Gli propongono la presidenza della Commissione europea. La prima domanda che porrà a un assistente amico sarà quasi commovente nella sua totale innocenza logistica: C’è un aereo diretto fra Bruxelles e Bologna?». Poi decide di colpo, colpito da una di quelle folgorazioni improvvise, che gli avevano già illuminato molte strade emiliane e romane. Andrà a Bruxelles. Si darà con la conoscenza dell’inglese un aplomb internazionale, preparerà dal centro eurocratico la riscossa per un rilancio sui palcoscenico italiano, completamente mutato dopo l’avvento straordinario del secondo Berlusconi. Mentre Rutelli raccoglie e mette insieme i petali dopo la sconfitta, Prodi forse già pensa che sarà Prodi il bulbo della Grande Margherita a venire. L’Ulivo gl’interessa meno, i popolari ancora meno, i diessini per niente. Ma, se spera di poter rientrare alla grande in Italia nel 2004, deve farsi o, meglio, rifarsi nel frattempo le ossa in Europa. Operazione tutt’altro che facile soprattutto per un italiano. I primi passi di Prodi alla Commissione non sono andati lisci.

Lui dell’Europa sapeva soltanto quello che gli diceva Enrico Vinci, l’informato e intelligente ex segretario generale del Parlamento di Strasburgo. Per di più era oberato da tre grossi handicap: non era né socialista né popolare ed era quindi privo di un dichiarato sostegno delle due più importanti forze politiche europee; aveva alle spalle un paese, l’Italia con un potere negoziale relativamente modesto in sede comunitaria; aveva davanti a sé un programma quanto mai nebuloso, non ben definito, che per piacere alla maggioranza degli Stati non avrebbe dovuto ricalcare né quello eccessivo del francese Delors, né quello fiacco e friabile de! lussemburghese Santer. La salita alla vetta dell’Esecutivo comunitario avveniva in un contesto per lui ampiamente sconosciuto, estraneo, ostico e oltremodo ostile: basterà ricordare la violenza pregiudiziale con cui fin dall’inizio lo aveva attaccato, anzi stroncato, la stampa britannica, tedesca e olandese. Veniva dipinto malevolmente come un uomo debole e perfino corruttibile. La sua risposta fu italiana: premiare ii nemico e abbandonare l’amico. Sì allontanò in fretta e furia dall’ottimo Vinci calunniato pure lui dai giornali inglesi, che comunque avrebbe potuto essere i! migliore dei capi di gabinetto o il più fidato e competente dei suoi consiglieri. Nominò invece capo gabinetto un irlandese, si circondò di collaboratori londinesi, elesse l’inglese come lingua di lavoro della Commissione, affidò a un commissario britannico la riorganizzazione detta complessa macchina dei servizi interni che costituiscono l’essenza e la struttura dell’onnipotentissima Burocrazia. Oggi sono italiani soltanto due dei 28 direttori generali dì una Commissione britannizzata da un presidente italiano, sedicente crociato dell’euro, che sembra aver dimenticato l’atteggiamento sprezzante degli inglesi verso Maastricht e la moneta comune. Questo machiavellismo primario, anziché rafforzare Prodi, ne ha messo in maggiore evidenza la solitudine e

la vulnerabilità. Difatti la nomina dello spagnolo Solana, già segretario della Nato, al posto di segretario generale dei Consiglio intargovemativo dei Quindici, col compito di coordinatore della politica estera e di difesa dell’Unione, ha praticamente decapitato la presidenza Prodi. Solana, appoggiato fra l’altro dagli americani, non perde l’occasione di criticare Prodi: lo accusa di parlare a vanvera dell’allargamento europeo all’Est, trascurando di armonizzare la penetrazione dell’Unione con quella della Nato nei paesi ex comunisti. A Bruxelles si dice che, se l’amministrazione americana o altri potenti della terra volessero parlare con l’Europa», non troverebbero nelle loro agende il numero telefonico di Prodi bensì quello di Solana. Condizionato dai funzionari anglosassoni che lo circondano per volontà sua, incalzato dall’atlantico Solana che non perde d’occhio interessi e strategie degli Stati Uniti, confinato ad un ruolo dì gestione della Comunità economica. Prodi stenta ad agire sulla scena internazionale quale protagonista nei dibattito politico europeo. Egli personalmente rimane un convinto operatore europeista»; ma fatica a farsi legittimare come demiurgico motore europeo». Sospirando e ammonendo è giunto intanto alla metà del suo mandato: saranno i prossimi due anni a dirci se riuscirà, come riuscì il suo predecessore Delors, a diventare uno -statista europeo» o se rimarrà invece nel limbo di coloro sanza infamia e sanza lodo. Ha davanti, luì che predilige mediazioni e compromessi, ancora 24 mesi per decidere in maniera più netta e anche più refrattaria a! suo carattere dì tenacissimo ondivago. 24 mesi per optare a favore di una delle due scelte più impervie della sua vita: dimostrare agli europei di essere soprattutto un europeo, oppure sussurrare definitivamente agli italiani di essere soltanto un italiano in lista d’attesa per il volo da Bruxelles a Bologna? “

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