editoriale

MESSINA, CITTA’ INGRATA……FINO A QUANDO?

MESSINA, CITTA’ INGRATA……FINO A QUANDO?

 

A volte ci vien voglia di chiedere:  il Principe di Collereale,  chi era costui?

 

Più  spesso ci domandiamo: noi Messinesi (noi vecchi naturalmente) cosa abbiamo consacrato alla memoria dell’Arcivescovo Paino, del quale il 29 luglio ricorre il cinquantesimo anno della morte, abbiamo fatto sapere alle nuove generazioni chi è stato? Certamente noi non abbiamo il diritto di scordarci cosa ha fatto per Messina, non possiamo oscurare intenzionalmente la sua grande figura, che fu salvifica per la Città e per i cittadini, anime e corpi, per il territorio, per le Istituzioni, per ridare a  Messina il suo respiro, che deve sentire il flusso del Mediterraneo e quello della sponda Calabra, dell’Italia e dell’Europa tutta – con una continuità territoriale oggi invece avvilita e dispersa in meandri e pozzanghere! Che degno e adeguato risalto si dà ai benefici apportati o ottenuti dalla  forza autorevole di quel grande Presule, che seppe promuovere Messina con voce sicura, ascoltata, convincente, trascinante e fattiva e concorrere in modo preponderante alla sua riedificazione?

 

Entriamoci allora in questi brani di Storia Patria, secondo l’ordine temporale:

 

Giovanni Capece Minutolo era un giovane e brillante ufficiale dell’esercito borbonico, maresciallo di campo e gentiluomo di camera del Re Ferdinando I, dal  1811 principe di Collereale, quando venne  colpito da paralisi alle gambe e si vide costretto a lasciare l’esercito. Viveva ormai confinato tra il letto e la poltrona; a chi, però, venendo a fargli visita, pensava di  doverlo consolare, rispondeva che lui era soprattutto angustiato dal pensiero di quanti, colpiti come lui, vivevano in povertà, senza potersi né curare, nè procurarsi da mangiare o il necessario per vivere. Già da tempo aveva maturato la decisione (come scrisse nel testamento olografo, che venne letto il giorno della sua morte, il 20 marzo 1827) di istituire suoi eredi universali  “li poveri di questa città (Messina) e suoi casali, che sono paralitici, stroppi, zoppi, e che hanno altro male, o vizio nell’organizzazione del corpo per cui non possono lavorare, o procacciarsi il pane, sino a quel numero che soffre il frutto annuale della mia eredità come infra si espressero, per alimentarsi e vestirsi ad necessitatem” Oltre a palazzi, poderi, ed altri immobili lasciava 100.000 onze (al momento dell’unità d’Italia, un’onza veniva valutata 12,75 lire d’oro). Nasceva così, a Messina, una grande istituzione umanitaria, che fu poi battezzata con il nome del suo fondatore: COLLEREALE.

Cent’anni non erano ancora passati quando il 10 febbraio 1923, veniva assunto alla Sede Arcivescovile ed Archimandritale di Messina monsignor Angelo Paino. Quello fu un anno spaventosamente tormentato per la nostra Città. Il 30 settembre, Giovanni Gentile aveva fatto  approvare  la sua riforma universitaria; con il relativo Regio Decreto, la nostra Università, in base al numero degli studenti, fu classificata tra le  università di tipo B, per le quali lo Stato concedeva un milione e venti mila lire annue di contributo. Ma il suo bilancio era di ben due milioni duecentottantamila lire annue (ossia più del doppio), quindi per non chiudere, l’Università avrebbe dovuto provvedere ogni anno, con i propri mezzi o scovando altri fondi e sovvenzioni, alla differenza mancante a fronte della spesa prevista. La stampa promosse la costituzione di un Comitato siculo-calabro, non solo per reperire le somme immediatamente indispensabili alla continuazione della gestione, ma anche per predisporre (secondo quanto previsto da R. D.)  una Relazione a corredo dello schema di convenzione per il mantenimento della R. Università di Messina. Monsignor Paino, coinvolto nel Comitato, contribuì direttamente, con 100.000 lire subito, impegnandosi a reperirne altre 300.000. Alla fine si superò il milione. Come se non bastasse, il decreto   prevedeva la soppressione delle Facoltà di Medicina e di Lettere e Filosofia. La prima fu salvata con relativa facilità, per la seconda si ottenne che il Consiglio Superiore della P.I. istituisse al suo posto l’Istituto Superiore di Magistero, a totale carico dello Stato. Occorreva comunque assicurare  all’Università contributi regolari e costanti per gli anni a venire. Monsignor Paino incontrò personalmente Mussolini e gli prospettò la soluzione del problema: “disporre che la Commissione Reale per l’assegnazione dei fondi sulle addizionali la stabilisse quale contributo annuo continuativo a favore dell’Università”. Mussolini (grazie anche al determinante intervento del prefetto Frigerio) fu convinto e incaricò di provvedere in tal senso il senatore Pironti, presidente della Commissione.Purtroppo le lotte intraprese dall’Arcivescovo per la rinascita e lo sviluppo della nostra Città non furono sempre vincenti. A volte fu l’ostinata opposizione di poteri locali a farli naufragare. L’ultima battaglia che il federale Crisafulli Mondio, proseguita dai suoi successori, condusse contro monsignor Paino, riguardò la realizzazione delle strutture necessarie ed indispensabili al servizio del porto. Il Presule ne aveva scritto direttamente a Mussolini, che gli restituì la lettera con un appunto di sua mano, “se ne riparlerà dopo il 6 aprile” (del 1924: data fissata per le elezioni nazionali). Poi, come ha scritto monsignor Foti, l’Arcivescovo “per ben due volte, predispose un piano di completo finanziamento, per il quale Messina avrebbe avuto tutte le attrezzature portuali, bacino di carenaggio e magazzini generali compresi. Lo espose al capo del Governo, Mussolini, che dopo averlo ascoltato, fortemente meravigliato, perché la cosa non avrebbe presentato oneri neppure per lo Stato, lo rinviò all’On. Michele Bianchi, (allora ministro dei LL.PP.), che pur ammalatissimo, volle ricevere l’Arcivescovo e restò entusiasta delle sue proposte. Ma le gerarchie locali del Partito fascista videro nel fatto una menomazione del loro prestigio e fecero di tutto per mandare a monte ogni cosa….. e Messina attende ancora  la sistemazione definitiva del suo porto”. Sempre nel 1923 il nostro Presule aveva cominciato a impegnarsi tenacemente, affinché la Corte d’Appello di Messina – declassata con R D del 28 giugno 1923 a Sezione di quella di Catania – ritornasse alla Città. Il declassamento era stato motivato con il fatto che, in seguito alle conseguenze del terremoto, le cause in trattazione erano notevolmente diminuite. Tali dati furono duramente smentiti, il 26 febbraio 1925, dagli Ordini degli Avvocati di Messina e di Reggio Calabria, che inviarono un memoriale, firmato anche dal sen. Ludovico Fulci, al ministro della Giustizia, che documentava l’attività svolta dai Tribunali di Messina, Reggio Calabria e Patti, nonché dalla Procura della Re e dalla Corte d’Appello, paragonandola con altre Corti d’Appello. Forse le motivazioni andavano cercate altrove, cioè in una certa resistenza dimostrata dalla magistratura messinese alle pressanti richieste avanzate dai gerarchi fascisti e dallo stesso Mussolini, specie – come sostiene, nel suo volume Un “soldino” contro il fascismo, Marcello Saija – in occasione di un particolare evento dell’inizio anno che vedeva coinvolto l’on. Ettore Lombardo Pellegrino. Comunque, cinque anni dopo, il 28 ottobre 1928, quando si inaugurò il nuovo palazzo di Giustizia, Palazzo Piacentini, Messina era ancora sezione della Corte d’Appello di Catania.

All’inaugurazione intervenne, in sostituzione del ministro Rocco, impegnato altrove, il Sottosegretario al ministero di Grazia e Giustizia ed, anche, agli Affari del Culto, on. Paolo Mattei Gentili ex deputato popolare. Alle 7 del mattino, alla stazione marittima, c’era ad accoglierlo, oltre alle autorità cittadine e ai magistrati, anche monsignor Angelo Paino, che ormai lo conosceva bene, per aver trattato con lui, dopo il via libera di Mussolini, tutte le pratiche relative al patrimonio edilizio ecclesiastico della Diocesi di Messina, dalla ricostruzione del Duomo alla costruzione delle nuove Chiese. Durante uno dei sopraluoghi monsignor Paino  disse scherzosamente all’on. Mattei Gentili “Lei non partirà di qua se non assumerà formale impegno di ridarci la Corte d’Appello.” E Mattei Gentili tenne fede all’impegno. Infatti, con il decreto 23 ottobre 1930 che riordinava gli ambiti delle Corti d’Appello, Messina ritornava ad essere sede di Corte d’Appello con competenza sui tribunali di Messina, Reggio Calabria e Patti.

Quando il Seminario, ricostruito sul preesistente, in via I Settembre, divenne insufficiente Monsignor Paino  pensò al grandioso Seminario di Giostra, l’attuale, capace di ben 400 posti, che fu inaugurato il 23 ottobre 1930. Ad esso, negli anni successivi, vennero aggiunti altri nuovi locali per la biblioteca e la sala delle riunioni. divenendo il più grandioso Seminario di Sicilia e del Meridione d’Italia.

Vi trovarono ospitalità non solo i ragazzi che aspiravano a diventare preti ma anche molti altri che, privi di mezzi e residenti in piccoli centri privi di scuola media non avevano altra alternativa per studiare.

Come bene è stato scritto: “Accanto alle solenni manifestazioni di fede e di pratica religiosa promosse durante l’Episcopato di Mons. Paino, non è fuor di luogo menzionare quel grande richiamo di pietà che è costituito dalla Madonnina del porto…

Essa, mentre da una parte è uno degli elementi decorativi più fascinosi dello Stretto di Messina, dall’altra … è un costante invito alla preghiera. Il 12 Agosto 1934 il Papa Pio XI la presentò da Roma, illuminandola, ad una folla di 200.000 persone che assiepava tutti i moli e le banchine del porto. Fu quello un avvenimento che destò larghissima eco anche al di là dei confini della Nazione.

Ecco la viva descrizione [del] « Times » di Londra,….del 12 settembre 1934:

 « Ai popoli nordici potrebbe riuscire difficile immaginare la scena che si svolse durante la cerimonia dell’inaugurazione. Apparecchi radiofonici adattati per ricevere le onde ultracorte della speciale stazione Vaticana impiantata a Castelgandolfo, sotto la direzione del Sen. Marconi, furono posti lungo il mare costeggiante, che era gremito di vapori mercantili, provenienti da Oslo e New York e altri porti, come anche da navi da guerra italiane. Parecchie centinaia di migliaia di spettatori ingombravano le strade, le piazze e i moli.

…erano accorsi da tutti i punti di Sicilia e d’Italia, per vedere il faro illuminato da un bottone premuto a centinaia di miglia sul continente. Per parecchi minuti prima dell’ora stabilita, il silenzio della folla era intenso. Quando la radio annunziò: « Attenzione! parla il Papa », quelli che erano seduti nelle tribune si alzarono, molti si inginocchiarono nelle strade, e gli uomini si levarono il cappello. Il profondo silenzio fu interrotto dalla voce chiara del Papa, che pronunziava nella sua villa nel centro d’Italia, la benedizione in latino: «Benedictio Dei Omnipotentis descendat super vos et maneat semper». Dopo un breve momento la colonna fu illuminata, come dall’ora in poi, sarà ogni notte.”

A  Monsignor Paino dobbiamo anche la realizzazione del Sacrario di Cristo Re, dedicato a tutti coloro che avevano perso la vita in guerra per servire la patria. Sorgeva lì l’antica Rocca che ospitò Riccardo “Cuor di Leone” con i suoi uomini diretti in Terrasanta ed, in seguito, molti altri storici personaggi tra cui il futuro Federico III d’Aragona con i suoi familiari.  Accanto al Tempio, sulla torre ottagonale dell’antico castello, è stata collocata una campana di 130 quintali, fusa con il bronzo dei cannoni dell’esercito austro-ungarico, preda finale della Prima Guerra Mondiale, che monsignor Paino aveva chiesto ed ottenuto da Mussolini.

Molti altri progetti monsignor Paino  tentò di portare a conclusione, non sempre riuscendovi. Per sfamare i messinesi, nei primi anni dalla fine della guerra, tentò di acquistare nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto 3.080 ettari con 15 fattorie, 400 bovini, 400 suini e 40 cavalli in contrada Badiole; altri 1400 ettari a Palazzo d’Ascoli, in provincia di Foggia. L’Archivio della Curia  conserva i compromessi di vendita, ma non è stato possibile reperire gli atti pubblici conclusivi, per cui é probabile che la trattativa non sia andata a buon fine. Ad ogni buon conto per rispondere ai bisogni essenziali della nostra gente e attingendo alle falde profondissime della tradizionale carità cristiana dei messinesi, esaltata da padre Annibale, l’Arcivescovo  intervenne in forme molteplici attraverso la POA, l’ONARMO, le cucine economiche, ecc.

 

Stabilita la pace Monsignor  Paino si occupò anche del Ponte sullo Stretto.

Sul Bollettino Ecclesiastico Messinese dell’Agosto 1946, si legge: “S.E. E. De Nicola, Capo dello Stato, accogliendo l’invito del Pre­sidente della VII. Fiera di Messina e di tutte le Autorità Cittadine, il 10 Agosto ha dato alla cittadinanza messinese l’alto onore di inaugurare la VII. Fiera dette Attività Sicilia­ne … Mons. Paino, Arcivescovo ed Archimandrita, pri­ma di compiere il sacro rito della benedizione Gli rivolse il Suo salu­to ed il Suo ringraziamento, rile­vando l’alto significato dell’interven­to del Capo dello Stato alla mani­festazione di volontà e di attività di Messina di riprendere il suo posto nella ricostruzione della vita nazio­nale. Messina, la grande distrutta dalla guerra, disse l’illustre Presule, in tutti i settori della sua vita lavora.  Espone a volo quanto Messina aspetta ancora dallo Stato – Ma soprattutto, Egli disse, chiede che all’unione, alla fusione degli spiriti tra nord e sud, tra le isole ed il continente risponda l’unione mate­riale delle due terre con il proget­tato ponte o con un tunnel che unisca la Sicilia all’Italia continen­tale, sogno dei nostri padri, oggi speranza in maturazione”.

A questi due concittadini, tanto benemeriti, nessuno ha mai dedicato una piazza, una via, un vicolo. Il I dicembre 2015, in occasione dell’inaugurazione del Salone delle Cinquecentine, della Biblioteca Painiana, nel Seminario Arcivescovile “S. Pio X”, abbiamo ho osato esporre a nome dell’Associazione Scienza e Vita, al Professor Perna, al tempo Assessore alla Cultura e alla Toponomastica, la richiesta (formalizzata poi con motivata istanza il giorno seguente) di intestare a questi personaggi che hanno reso a Messina così grandi servigi, due vie cittadine.

Per evitare ai residenti in quelle vie i disagi conseguenti al cambio di denominazione  e cioè le modifiche del proprio indirizzo per la posta, sui documenti di identità, ecc,  si suggeriva di lasciare immutata la precedente denominazione della via, aggiungendo solo il nominativo del soggetto che si voleva onorare. Il viale Giostra – vicino al Seminario – sarebbe potuto così divenire “Viale Giostra – monsignor Angelo Paino”  e via del Santo. dove la “Casa di ospitalità Collereale” si affaccia posteriormente – sarebbe   divenuta “Via del Santo – Principe di Collereale”. Il 16 marzo 2016 l’Ufficio Toponomastica rispondeva comunicando che la proposta  veniva rigettata in quanto la competente Commissione aveva espresso parere sfavorevole “ritenendo di non poter affiancare altro nome a quello già esistente” (né, naturalmente, la Commissione si è sforzata per trovare adeguate soluzioni alternative!)

Messina dunque non può (non deve?) intitolare strade ai suoi generosi figli Giovanni Principe di Collereale e Angelo Arcivescovo Paino, ma tuttavia continua a consentire che le principali vie cittadine restino intestate allo sconosciuto massone Giacomo Venezian e ai, più noti, sempre massoni, Aurelio Saffi e Giuseppe Garibaldi, nonché allo stragista Nino Bixio!  Eppure ha un Sindaco che va eroicamente all’assalto della massoneria e che, con fiera determinazione, rinunzia all’obolo che eventualmente i massoni volessero versare per contribuire a sostenere le spese per la realizzazione della processione della Vara. Chiudiamo con un aneddoto che ci è stato raccontato da Monsignor Foti su come monsignor Paino sapesse distinguere tra la massoneria, che aveva combattuto tutta la vita, e l’uomo massone. Ai tempi, in un colloquio con l’Arcivescovo Paino, l’architetto Bazzani, massone, che, tra l’altro a Messina aveva progettato il Palazzo del Governo, si era lamentato che, in seguito alla politica antimassonica portata avanti da Mussolini e dai fascisti in genere,  lui non riusciva a trovare lavoro. Paino lo rassicurò che lui non subiva imposizioni da parte di nessuno e poiché anche la famiglia dell’architetto aveva diritto a mangiare, gli commissionò la progettazione di due Chiese, S. Lorenzo, meglio nota come Madonna del Carmine, e S. Caterina Valverde.

 

Pippo Pracanica                                Mariano Sprizzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *