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La nuova rotta della sinistra portoghese di Simone Furzi

La nuova rotta della sinistra portoghese di Simone Furzi

 

Un’analisi sulla struttura e sui risultati del governo di minoranza della repubblica lusitana, frutto di una singolare alleanza tra i partiti della sinistra.

Nel corso degli ultimi mesi, a seguito delle numerose tornate elettorali svoltesi in Europa, si è evidenziata una forte crisi dei partiti socialisti tradizionali, depauperati del proprio elettorato e non più capaci di rappresentare una credibile alternativa alla destra. Vuoi per l’avvento di nuove forze centripete, come in Francia, vuoi per l’insorgere di movimenti più radicali, capaci di raccogliere i consensi dell’elettorato popolare frustrato e spaventato dalla ristrutturazione delle politiche economiche e sociali, la sinistra pare quasi d’appertutto (ad esclusione forse del Labour Party nel Regno Unito) incapace di coalizzarsi efficacemente intorno ad una proposta politica che esprima i suoi valori e sia espressione delle sue istanze di governo.

In questo panorama desolantemente uniforme rappresenta un’interessante eccezione il caso portoghese, dove il Partito Socialista esprime un governo di minoranza sostenuto da un’alleanza formata dai partiti della sinistra radicale, principalmente Bloco de Esquerda e Partito Comunista Portoghese, che sta ottenendo buoni risultati e financo l’approvazione delle istituzioni dell’UE, con grande sorpresa ed ammirazione della stampa e dei leader socialisti stranieri, i quali hanno viaggiato verso Lisbona per studiarlo, da Hamon a Pittella passando per una delegazione del Partito Socialista Olandese. Andiamo per gradi e cerchiamo in primo luogo di descrivere gli eventi che hanno condotto alla formazione di questa particolare alleanza di governo.

Le elezioni parlamentari tenutesi in Portogallo il 4 ottobre del 2015 avevano consegnato al paese una coalizione di maggioranza relativa, Portugal à Frente, formata dal Partido Social Democrata e dal Centro Democrático Social – Partido Popular, entrambi di centro-destra e guidati dal Presidente del Consiglio uscente Pedro Passos Coelho, protagonista di una politica di forte austerità e dallo scarso successo economico. I risultati vedevano infatti il PAF ottenere il 36,86% dei voti e 102 seggi sui 230 disponibili, dietro a lui il Partito Socialista col 32,31% e 86 deputati eletti, poi ben distanziati gli altri partiti con in testa il Bloco de Esquerda col 10,19% e 19 parlamentari, e il Partito Comunista Portoghese con l’8,25% e 17 scranni conquistati4. In un’assemble così divisa, molti furono gli scenari apertisi all’indomani del voto.

Dopo vari scontri ed accordi, il 22 ottobre è il leader del PAF a ricevere fra molte polemiche6 l’incarico a formare il governo dall’allora Presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, già primo ministro e storico segretario del PSD, che con lui giunse al 50,6% nelle consultazioni elettorali del 1991. Il 10 novembre però il nuovo fragile e contestato governo è immediatamente sfiduciato in parlamento dai partiti di sinistra, i quali già si erano dichiarati disponibili a governare insieme9, in sede di prime consultazioni. Il 24 novembre il Presidente Silva affida allora al segretario del PS, Antonio Costa, l’incarico di costituire un esecutivo, e due giorni dopo il governo socialista, grazie al supporto di BdE, del PCP e del partito ambientalista Pessoas–Animais–Natureza, con una coalizione che vanta 123 deputati, si insedia al Palacete de S. Bento. Nel suo primo discorso Costa promette “un’alternativa realista” alle proposte dell’austerità ordo-liberale ed a quelle dei moti populisti anti-europeisti.

Per comprendere più approfonditamente la struttura e l’architettura programmatica sulla quale si regge il governo monocolore portoghese è necessario soffermarsi proprio sulle parole appena citate del suo primo ministro, del cui profilo politico, professionale e culturale può essere utile fornire qualche accenno.

Antonio Costa è un figlio della colta borghesia lisbonese, suo padre Orlando da Costa è un noto scrittore e militante del Partito Comunista, mentre sua madre Maria Antónia Palla è un’importante giornalista e dirigente sindacale. Laureato in Giurisprudenza, con dottorato in studi europei, il nuovo premier portoghese è un accademico ed un avvocato. Dopo aver fatto parte della Juventude Socialista, all’inizio degli anni novanta entra a far parte della direzione nazionale, appoggiato da Jorge Sampaio, e fa il suo ingresso all’Assembleia da República, partecipando inoltre al governo di António Guterres come Segretario di Stato per gli Affari Parlamentari. È deputato e vice-presidente del parlamento europeo fino al 2005 e poi Ministro di Stato dell’Amministrazione Interna nel governo di José Socrates. Nel 2007 viene eletto sindaco di Lisbona, incarico che lascia dopo 8 anni per dedicarsi alla politica nazionale. Nel 2014 aveva intanto vinto col 69,6% dei voti le primarie alla segreteria del PS contro il leader uscente Antonio José Seguro, presentadosi come un candidato dal deciso ed equilibrato incedere a sinistra.

La sua è in sintesi la figura di un uomo colto, benestante, interno alle istituzioni politiche ed economiche, scevro da scandali, con una cultura socialista, pragmatico e distante dagli estremismi ideologici. Pronto al dialogo e con una vocazione governativa. Proprio queste sue doti gli hanno permesso di porsi al contempo come un leader credibile per gli alleati della sinistra e come un premier affidabile, preparato e moderatamente riformista, agli occhi degli elettori di centro-destra. Non a caso pare raccogliere un ampio consenso bipartisan all’interno della popolazione.

Queste sue caratteristiche sembrano inoltre rispecchiarsi nell’organigramma del proprio consiglio di ministri. Al suo interno spicca fra le altre la figura del Ministro delle Finanze Mário Centeno, economista ed esperto laburista, cattedratico dell’Istituto Superiore d’Economia e Gestione di Lisbona, che ha ricoperto numerosi incarichi nel direttorio di vari centri di ricerca statali, come quello di statistica o del Banco de Portugal. Centeno ha conseguito il dottorato ad Harvard, esperienza che sostiene lo abbia indirizzato verso la visione di un’economia maggiormente centrata sui bisogni della persona e sullo sviluppo sostenibile, che deve passare per un ammodertamento, in senso più che altro social-liberale, delle tutele e delle forme contrattuali e sindacali. Alla maggiore flessibilità deve accompagnarsi la formazione continua ed un gestione aziendale più trasparente, etica e controllata. La sua posizione è dunque in sostanza quella di un liberal statunitense, al netto di alcune peculiarità proprie della sua formazione e della sua cultura sud-europea.

Gli altri ministri maggiormente rilevanti sono mutatis mutandis sulla sua stessa linea. Così è per il Ministro dell’Economia Manuel Caldeira Cabral, con un passato alla Banca Mondiale ed un’ottimistica visione sui benifici dello sviluppo all’interno di un mercato globale competitivo ed aperto all’innovazione ed all’investimento privato18. Così come per il Ministro della Difesa José Alberto Azeredo Lopes19, esperto di diritto intenazionale ed inviato della Banca Mondiale in Timor-Est. O ancora per quello dell’Istruzione Tiago Brandão Rodrigues20, ricercatore chimico farmaceutico, con esperienza in Regno Unito e convinto sostenitore dell’importanza dell’istruzione pubblica e di un modello di valutazione più obiettivo e meritocratico per studenti e docenti.

Solo leggermente diverso è invece il profilo di Augusto Santos Silva, il Ministro degli Affari Esteri, già Ministro degli Affari Parlamentari tra il 2005 ed il 2009, sociologo e professore universitario, esperto di globalizzaizione ed autore di molte pubblicazioni scientifiche, con un passato in gruppi studenteschi d’ispirazione trotskista24 e con un orientamento più tendente a sinistra, dimostrato dalle sue posizioni maggiormente equilibrate e critiche rispetto alla linea espressa dei governi europei circa la situazione venezuelana25, l’aumento delle spese militari chieste dagli Stati Uniti agli altri membri della NATO e la cooperazione internazionale in generale.

Evidenziate alcune caratteristiche peculiari dell’esecutivo e dei ministri che lo compongono, è necessario descrive i provvedimenti adottati ed i risultati raggiunti in questo anno e mezzo, ove comprendere perché le forze della sinistra radicale anti-capitalista ed anti-imperialista continuino a sostenere, senza farne parte, un governo su alcune questioni distante dalla sue posizioni.

Il grande traguardo della gestione Costa è infatti in primo luogo quello di aver effettivamente migliorato il rendimento dell’economia portoghese e lo stato di benessere dei suoi cittadini, puntando sugli investimenti pubblici, redistribuendo la ricchezza, ma riducendo tuttavia il debito (che è di 244 miliardi, il 133% del PIL) e rimanendo all’interno dei parametri di bilancio imposti dai trattati europei. Il deficit è al 2,1% e la disoccupazione si appresta a scendere sotto il 10%. È stata abbassata l’età pensionabile e con essa ridotte le ore di lavoro dei dipendenti pubblici, non senza frizioni col BdE e PCP in questo caso, come per la diminuzione degli aggravi contributivi sulle imprese per la sicurezza sociale28. La crescita per il 2016 è arrivata all’1.9% ed a giovarne è stata in buona parte anche la popolazione più povera, grazie ad un aumento del salario minimo a 577 euro (con l’obiettivo di raggiungere i 600 a fine legislatura), un aumento degli stipendi e delle pensioni degli impiegati pubblici e la riduzione della settimana lavorativa a 35 ore.

Sono inoltre sensibilmente migliorate sia la sanità, passata secondo i consumatori dal 20° al 14° posto nel ranking europeo; che i servizi dell’istruzione pubblica, con un aumento delle borse di studio, libri gratis per gli alunni delle classi elementari ed una diminuzione delle tasse universitarie. Vi è inoltre stata una diminuzione dell’iva sulla ristorazione al 13% e soprattuto un’inversione nel processo di privatizzazione dei mezzi di trasporto, a partire dalle ferrovie e dalla linea area Tap, di cui lo Stato torna ad essere l’azionista di maggioranza. Alle manovre economiche si aggiungono poi i provvedimenti sui diritti civili, con la facilitazione del diritto d’aborto, il varo delle adozioni per le coppie omosessuali e l’avvio di un progetto di legge sull’eutanasia.

Accanto a quelli già segnalati, argomenti di contrasto con gli alleati della sinistra radicale sono stati invece alcuni interventi con fondi pubblici per il salvataggio e la ri-capitalizzazione di alcune banche (particolare tensione ha generato la privatizzazione del Novo Banco), il rapporto troppo accondiscendente con le istituzioni europee, ed alcuni mancati interventi a favore del finanziamento delle energie rinnovabili, della rete energetica pubblica e di contrasto alla precarietà nei nuovi rapporti di lavoro. Naturalmente in futuro potranno presentarsi altri problemi di gestione interna od episodi di cronaca (vedasi l’ultima vicenda giudiziaria nominata Galpgate) idonei a minare la credibilità e la stabilità del governo, ma il pragmatismo di Costa ed una solida intesa sul programma minimo da realizzare pare lasciar ben sperare per il proseguimento.

Un esecutivo filo-europeista che si dimostra una concreta alternativa alla politica unica e fallimentare dell’austerità neo-liberista, come dichiara lo stesso primo ministro portoghese, potrebbe davvero rappresentare una speranza di rinnovamento per un’Europa che senza garantire un reale pluralismo rischia di soffocare la democrazia? Per rispondere propriamente a questo quesito è necessario considerare due aspetti complementari: il contesto storico-politico nel quale il caso portoghese si è verificato e le imperfezioni strutturali che presenta.

Riguardo al primo elemento, è d’uopo sottolineare come essendo il Portagallo liberatosi da soli circa quaranta anni da una dittatura di destra, pur nel pieno manifestarsi della crisi di inizio decennio, non ha visto al suo interno la nascita di movimenti estrimisti legati a quella compagine politica. In assenza di una nuova forza centrista anti-sistema, ciò ha quindi favorito il riversarsi del voto di protesta delle classi popolari verso le sole formazioni della sinistra radicali, che hanno infatti registrato una crescita sensibile dei loro consensi. A ciò deve aggiungersi un PS rivitalizzato proprio dalla candidatura di Costa, delle cui caratteristiche abbiamo già discorso, e capace di dialogare coi suoi alleati consapevole della propria forza.

Interessante è inoltre analizzare il ruolo giocato da Marcelo Rebelo de Sousa35, il Presidente della Repubblica neo-eletto nel marzo 2016, professore di diritto e commentatore politico, storico esponente del centro-destra, già vice-presidente del Partito Popolare Europeo e figlio di Baltasar Rebelo de Sousa, Governatore del Mozambico e ministro dello Estado Novo di Salazar36. A dispetto del suo orientamento politico, De Sousa è infatti stato molto aperto e collaborativo col governo di Costa, favorendone il dialogo con le parti sociali e garantendo che la sua azione si svolgesse all’interno di un panorama caratterizzato dall’equilibrio istituzionale. In una repubblica semi-presidenziale come quella portoghese, il ruolo del Presidente, benché limitato, è essenziale per il buono svolgimento delle pratiche governative e parlamentari.

Da ultimo, il Portogallo non è attraversato dalle ondate di paura per il terrorismo né da un recrudescente razzismo, che stanno invece colpendo il resto d’Europa e favorendo naturalmente i partiti conservatori. Tutte queste caratteristiche, insieme alla più importante, ovvero la formazione di una credibile ed efficiente proposta governativa, non sono certamente facili da replicare in un altro Stato europeo.

Per quanto riguarda il secondo elemento invece, quindi le eventuali imperfezioni del tanto blasonato modello portoghese, è rilevante considerare che benché ben più compatto e funzionante della “geringonça” (traducibile come “accozzaglia”) nella quale i commentatori politici lo avevano identificato sul nascere, è pur sempre mancante di alcune importanti tasselli.

Primo, si fonda su un consenso che poggia su una partecipazione democratica molto bassa: alle elezioni del 2015 hanno votato solamente 5.408.805 cittadini, il 55,86% degli aventi diritto, il 2,2% in meno rispetto alle votazioni precedenti.

Secondo, l’assenza di una vera idea di riforma sistemica socio-economica, che non vada oltre piccole benché significative modificazioni puntuali.

Terzo, ancor più importante, l’invisibilità di una politica estera davvero rinnovatrice dei rapporti fra Stati europei ed extra-europei. L’opposizione all’uso illegittimo e vessatorio della forza bellica, la questione mediorientale, l’ingiustificato aumento di tensione con la Russia, la responasibilità dell’occidente nel sottosviluppo dei popoli sud-americani, africani e del sud-est asiatico e l’utilizzo improprio del potere di persuasione, di corruzione e della minaccia terroristica da parte delle grandi imprese ai danni dello sviluppo democratico e del benessere delle popolazioni locali per il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, sono tutti temi poco presenti nell’agenda di governo, raramente rimarcati con forza, anche a livello comunicativo e comunque sempre subordinati ad una visione di tipo mercantile ed euro-centrica. Lo stesso Costa non ha nascosto la primarietà dei rapporti commerciali rispetto al giudizio sulla politica del governo col quale si tratti, riferendosi alla questione del Brasile di Temer ed alla proposta di sostituire il capo dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, a seguito delle sue dichiarazioni sui popoli del sud-Europa38, con il Ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos39, esponente del governo conservatore a guida del Partito Popolare.

Questo ultimo aspetto pare evidenziare come la politica estera tenda a schiacciarsi sul gioco dei rapporti di forza, si curi poco di fatto dei principi di merito ed a essa siano a loro volta disinteressati i cittadini, concentrati sulle politiche interne dei loro singoli Stati. È corretto segnalare de relato come il piccolo peso internazionale del Portogallo non gli permetta di muoversi con autorevolezza ed indipendenza sullo scacchiere geo-politico e come d’altro canto la disponibilità al dialogo, anche con controparti opposte per idee ed azione politica, sia uno strumento indispensabile per la promozione dei rapporti pacifici.

È però altrettanto importante porre in evidenza come una sinistra non volta a ragionare in un’ottica di collaborazione internazionale, né a perseguire anche fini di mero valore ideale, rischia di essere incompleta e nella sostanza fallimentare nel proporre una risposta davvero efficace contro i soverchianti interessi privati e le tensioni violente che percorrono il panorama globale.

Al netto di tali considerazioni, l’esperimento portoghese, lungi dall’essere definito imperfettibile, è in grado di suggerire alcuni stimoli interessanti per la definizione di una nuova rotta per le forze della sinistra europea e non solo, le quali, qualora vogliano riuscire ad incidere, dal governo o dall’opposizione che sia, sulla politica nazionale, europea ed internazionale, debbono mostrarsi capaci di recuperare la loro funzione pratica di rappresentanza e di proposta, e di rendersi disponibili ad un confronto ed a una collaborazione fra parti, che non si riduca al compromesso negoziale, ma si elevi alla cooperazione ed al bilanciamento di interessi e di ideali.

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