attualità editoriale

I LIBERALI ALLE PRIMARIE DEGLI ALTRI di Enzo Palumbo

I LIBERALI ALLE PRIMARIE DEGLI ALTRI di Enzo Palumbo

 

Quasi fosse un fiume carsico, che s’inabissa e riemerge a seconda del terreno in cui scorre, la discussione sulla partecipazione dei liberali italiani alle primarie del PD torna di attualità, nel periodico tentativo di influenzare un altro partito visto che non riescono a crearne uno proprio.

La questione si è posta già nel novembre del 2012, quando alcuni liberali fecero girare nel nostro ambiente un’indicazione di voto per Matteo Renzi, allora in competizione con Bersani per il premierato prossimo venturo; si è riproposta un anno dopo, nel dicembre 2013, sempre a favore del medesimo, per la leadership del PD; e si ripropone oggi, questa volta in senso contrario, per tentare di ostacolarne la rielezione alla segreteria di quel partito

Come non ero d’accordo allora per favorire l’ascesa di Renzi alla guida del PD, non lo sono neppure oggi per ridimensionarne la rielezione.

Ovviamente, arrivo a comprendere le buone ragioni che dovrebbero indurre chi si riconosce in quel partito a fare a meno della sua leadership, che, sino ad oggi, ha regalato agli italiani due maldestri tentativi di stravolgere la struttura e le regole della nostra democrazia parlamentare, senza affrontare nessuna delle tante riforme di cui il Paese avrebbe realmente bisogno, a cominciare dal fisco e dalla giustizia, per non dire dell’atteggiamento donchisciottesco verso l’Europa, nel tentativo di scimmiottare gli slogan degli euroscettici di casa nostra, quasi non ce ne fossero già abbastanza.

Sono tuttavia contrario a qualsiasi coinvolgimento dei liberali in queste primarie per motivi che prescindono dalla persona del candidato: intanto perché, nello specifico, riguardano un partito che non è il nostro, che di liberale non ha nulla e che aderisce al partito socialista europeo (e questo dovrebbe bastare); e poi, in via generale, perché sono contrario a una pratica, quella delle primarie, che contraddice il principio della partecipazione democratica alla determinazione della politica nazionale, che la Costituzione assegna ai partiti, e non al “meltingpot” che si assembla in queste occasioni.

Approfitto dell’occasione per dire qualcosa in più su questo secondo aspetto.

Questo nuovo modo di selezione della dirigenza politica del Paese dà ai cittadini che si lasciano coinvolgere l’impressione di una partecipazione che si esaurisce nella scelta del leader di turno, mentre scoraggia ogni militanza continuativa all’interno dei partiti, impedendo ogni effettivo coinvolgimento nelle quotidiane scelte politiche, e facendo venire meno l’humus su cui può crescere l’interesse dei cittadini alla vita pubblica.

Mi chiedo infatti per quale strano motivo un cittadino dovrebbe iscriversi e poi anche militare in un partito, e quindi esporsi pubblicamente e anche rischiare l’altrui ostilità, se poi chi sia rimasto assolutamente estraneo alla vita di quel partito può determinare le scelte decisive, in termini che poi finiscono per passare sulla testa degli iscritti a quel partito.

Ne sono prova le passate primarie del PD, che hanno finito per fargli perdere tutte le peculiarità programmatiche e comportamentali che lo caratterizzavano come rappresentante di una parte dell’elettorato italiano, e ciò alla faccia degli iscritti e dei militanti che in quel partito avevano investito tutta la loro vita. e che, via via, hanno finito per abbandonarlo.

L’effetto collaterale è stato quello di prosciugare e disarticolare anche il bacino elettorale della destra e del centro politico del Paese, che è oggi privo di una sua rappresentanza che non sia strettamente legata al carisma decrescente dei suoi leader; insomma, un disastro per la vita democratica del Paese, ormai costretto a cercarsi, di volta in volta, un leader, vero o presunto, al quale affidare precariamente e fiduciariamente il proprio voto., senza alcuna possibilità di controllarne l’uso.

Le primarie sono diventate la foglia di fico con cui le nomenclature delle attuali aggregazioni di interessi, che hanno preso il posto dei partiti, tentano di nascondere il rifiuto (col porcellum di ieri e coll’italicum di oggi) di ripristinare in Italia un minimo di democrazia dal basso, che si sostanzia nel voto espresso in modo personale, eguale, libero e segreto (art. 48.2 Cost), attraverso cui ciascun cittadino ha il diritto di scegliere direttamente il deputato (art. 56 Cost.) e il senatore (art. 58 Cost.) del proprio collegio elettorale.

Se si vogliono ripristinare nel nostro Paese livelli accettabili di partecipazione democratica, l’unica strada è quella di ripescare dall’oblio in cui è stato confinato l’art. 49 della Costituzione, riconoscendo ai partiti, organizzati con metodo democratico, il compito di selezionare nel tempo tutta la classe politica nel continuo confronto tra chi crede negli stessi ideali, e non solo nell’occasionale e generico scontro per le leadership tra chi nemmeno ne condivide la linea politica.

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