Cultura

“RITORNI” DI PAOLO PICCIONE, AUTOBIOGRAFIA PERSONALE E COLLETTIVA

“RITORNI” DI PAOLO PICCIONE, AUTOBIOGRAFIA PERSONALE E COLLETTIVA di Maurizio Ballistreri

C’è tutto il vero filone autobiografico, nel senso del racconto retrospettivo che un autore compie della propria esistenza, ricostruendo gli accadimenti da lui ritenuti particolarmente importanti, nel bel libro di Paolo Piccione dal titolo “Ritorni. Autobiografia di un talloner”, edito da Pungitopo, con prefazione di Piero Fagone e introduzione di Serena Manfré. Un’autobiografia scritta un po’ come saggio politico, secondo lo schema di Rosseau in “Le confessioni”, in cui le vicende personali e quelle politiche e collettive si intrecciano strettamente. E, d’altronde, è quasi impossibile separare l’impegno pubblico di Piccione dal suo vissuto personale e professionale. Nativo di Torre Faro, Piccione narra l’infanzia di un ragazzo dai tratti normanni, in un contesto quale fu il secondo dopoguerra in cui “la vita si riduceva a non morire”, con il bellissimo rapporto con i genitori, i fratelli e le sorelle, nello splendido scenario dello Stretto e dei suoi miti, belli e tragici come l’esistenza a quel tempo: Scilla e Cariddi, Colapesce e la Fata Morganasulle orme di Stefano D’Arrigo e del suo “Horcynus Orca”.

E, probabilmente, le difficoltà economiche, comuni alla gran parte degli italiani negli anni difficili della ricostruzione, costituirono una delle spinte per l’approdo dell’autore all’impegno nel socialismo italiano, passando per un’iniziale simpatia per le idee anarchiche e una singolare dialettica con l’influenza del cattolicesimo sociale operata dal fratello di Piccione, Lillo.

E poi lo scoutismo, lo sport con in cima il rugby ma anche la pallanuoto e il canottaggio, gli studi, prima al liceo, in cui si appassiona alla filosofia della libertà di Benedetto Croce e poi a Torino, con la frequentazione della casa editrice Einaudi di Pavese e Ginzburg, e quindi a Messina, per conseguire la laurea in giurisprudenza, che gli consentirà una significativa esperienza professionale come avvocato. Sono gli anni di un incontro che segnerà la vita di Piccione, quello con Rosetta Guttadauro, figlia di un importante commercialista di Messina, che diverrà nel 1956 la sua inseparabile compagna di vita, dandogli i due amatissimi figli, Antonella e Vanni, nonché imprescindibile riferimento di ogni scelta.

Un viaggio nella propria vita quello descritto da Piccione nel libro, che ha anche tutti i caratteri dei romanzi on the road, in questo caso all’interno della propria esistenza, alla maniera di Jack Kerouac e del suo “Sulla strada” (d’altronde, una delle passioni dell’autore sono i viaggi assiemealla fotografia e al cinema), che si interseca, ovviamente, con l’esperienza politica e istituzionale dell’autore, a sua volta intrecciata con la storia del ‘900. E così, Piccione ci parla della sua infanzia al tempo del fascismo, della Resistenza e della Liberazione, della Costituente, della ricostruzione democratica ed economica del Paese, dell’impegno nel socialismo italiano sempre con una visione umanitaria e sulla linea dell’autonomismo, con Pertini e con il Nenni della rottura dell’alleanza con i comunisti dopo i fatti d’Ungheria del ‘56 che porta il Psi a costruire il primo (e vero) centro-sinistra con la Dc e le forze laiche, sino al “Nuovo corso” riformista di Craxi ed ai tentativi di modernizzare l’Italia e di costruire una forza politica legata ai valori ed ai programmi delle socialdemocrazie europee. Di queste complesse vicende, Piccione fornisce una puntuale ricostruzione storico-politica, certamente non da cronista, anche se l’autore nella sua significativa esperienza professionale può annoverare anche quella di giornalista pubblicista, ma da protagonista. Sì, perché Piccione è stato davvero uno dei protagonisti più importanti del socialismo nel dopoguerra in Sicilia, impegnato con la leadership di Nicola Capria a legare la battaglia per l’affermazione dell’Autonomia speciale siciliana con quella per l’emancipazione delle masse popolari dalla subalternità nei confronti del notabilato e del clientelismo nell’Isola, anche con un’efficace azione nelle istituzioni che l’autore ha condotto come consigliere, assessore e vicesindaco del Comune di Messina, vicepresidente dell’IACP, deputato e assessore regionale e poi presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, sempre legato all’impegno per l’allargamento del tessuto democratico e dei diritti sociali. Ma Piccione, nella sua autobiografia-romanzo, non si sottrae dal dare conto anche di un periodo doloroso della propria vita, quello seguito al 1992, allo tsunami finanziario-mediatico-giudiziario generatodal crollo del Muro di Berlino, che spazzò via buona parte della classe dirigente della prima Repubblica e che ha consegnato agli italiani una politica debole e privatizzata dal mercato, segnata, in larga parte, da anomia ed estemporaneità. L’autore, uscito alla fine indenne da tutti i processi, ricorda di avere scelto in quel calvario il ruolo del “convitato di pietra, mozartiano, molieriano o d’altra paternità fate voi”, ma sempre spinto da una straordinaria forza d’animo.

E, forse, la cifra che caratterizza Piccione, assieme agli ideali di libertà e di tolleranza e al valore dei rapporti umani, come testimoniano le attestazioni presenti nel libro un po’ come il “Libro degli amici” di Hugo von Hofmannsthal, in una sorta di riflessione plurale sulla vita dell’autore, è proprio quella di un’incrollabile forza d’animo e, d’altra parte, egli si descrive proprio come il talloner protagonista della prima linea del pacchetto di mischia nel rugby.

E Piccione, si può ben dire, è stato sempre in prima linea in politica e nella vita.

(da “Centonove” 9 febbraio 2017)

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