Cultura

A Roccavaldina espone Angela Rizzo pro migranti

IL TEMA

Immenso smarrimento, immensa libertà.

Quadri come storie, racconti di figure indistinte, sagome che attraversano il declino postmoderno Quadro 1e raccontano di migliaia di vite, di personalità che si intrecciano in questo turbine azzurro, intenti a cercare un’Itaca che forse non ritroveranno mai più. “Immenso smarrimento, immensa libertà” altro non è che una realtà sconosciuta ai molti nel suo profondo valore intrinseco, nello stretto significato dei due termini. Immenso smarrimento come i ritratti dei migranti, scevri da qualsiasi dettaglio, proprio come li vediamo noi, occidentali distanti e allo scuro delle loro vicissitudini. Le sagome di due donne viste di spalle, contorni neri appena accennati, immersi in un turbine di colori, perlopiù nero e terra di siena. Delle linee non sinuose, pennellate brusche e discontinue palesano quello che in realtà è la metafora del disordine e dell’inadeguatezza di questa gente. Un uomo accovacciato fa da baricentro a una rappresentazione analoga a quella precedente, l’impotenza di trovarsi accanto a un fratello ormai lontano, lo stesso turbine di colori con un’aggiunta di rosso all’estremità: una colata di vermiglio, metafora del sangue abbondantemente sparso. Immensa libertà come la distesa d’oceano quasi etereo che domina quasi tutti i quadri. Per i migrantes è questo il tramite, la rotta per una vita nuova, per un’identità da trovare. La libertà intesa come l’utopia del benessere, in questo occidente che non è madre, ma megera. L’innocenza di queste sagome, di questi numeri stipati in barche di fortuna viene rappresentata dal peluche abbandonato sulla spiaggia: la fine di quello che doveva essere un inizio. Richiama particolarmente uno scatto struggente, famoso per la sua crudezza, che raffigura un bambino siriano accovacciato sulla spiaggia. Un peluche, un oggetto abbandonato nella moltitudine, nel dimenticatoio blu. Un bianco opprimente e tutt’altro che salvifico in contrasto con le colate di rosso all’estremità della tela: la metafora di un futuro ingannevole, di un mare e di una terra altrettanto effimeri. La falsa speranza di essere finalmente salvi perchè chi riesce ad arrivare, capisce che la libertà tanto agognata non è che un traguardo troppo impersonale e distante per essere perseguito in poco tempo. Delle situazioni che si fondono e confluiscono in un dramma sempre più presente, che non può essere arginato nè ignorato. Il crudo realismo di queste rappresentazioni si mescola a un impressionismo singolare, delineando una “spiaggia Sainte-Adresse” nostrana, con le stesse tinte del color field painting. Delle scene percepite in prima persona, la prova che siamo tutti migranti e potenzialmente in grado di vivere le stesse paure, lo stesso senso di inadeguatezza e di percepire il sapore della sconfitta che sa di sale e di sabbia. Quadri in grado di emozionare attraverso la loro accennata tenerezza, una sensibilità che sembra sconosciuta ai molti, se si tratta di approcciarsi col “diverso”. Due mani che si uniscono, stesso colore della pelle, realtà diverse: casa e casa ospitante, due concetti che segnano profondamente la vita dei migranti e che creano una linea d’ombra invalicabile. L’affetto dei cari, il desiderio di pace si tingono di rosso, una tenerezza violata e un’intimità introvabile si palesano nel quadro che raffigura gli uomini che lanciano segnali di luce da una sponda all’altra del continente, una scena struggente che sembra inverosimile ai molti, ma in terra straniera abbiamo bisogno di sentirci a casa. (Arianna Caruso) .

Angela Rizzo, la pittrice

La linearità compositiva e la delicata schematicità delle figure umane, pur tuttavia pervase di una intensa espressività rarefatta e pensosa, la semplicità onirica delle architetture, sospese nel tempo e intagliate nella luce; gli stessi paesaggi, resi a tinte forti e contrastate; e infine i fiori, nel loro decorativismo naif o nella loro impressionistica evidenza; tutto ciò, perseguito attraverso una esecuzione tecnica che affonda le radici nella esperienza della maternità e quindi tende con intenzione alla imitazione del disegno infantile, denuncia in questa pittrice una complessità artistica di ampio respiro ed una inesausta ricerca espressiva sempre nuova e sempre coinvolgente. Un percorso artistico di denuncia, finalizzato a un impegno sociale non indifferente. I paesaggi non sono solo montagne e i fiori non solo rose, sono metafore di un pensiero più arzigogolato che mirano a toccare determinate corde dell’animo umano. Con la speranza che lo spettatore si immerga in un universo artistico in cui lui è vero protagonista, ci si augura che questi lavori lascino qualcosa di indelebile dentro ognuno di noi.

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